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TEMPERATURA CONTROLLATA NEL TRASPORTO DEGLI ALIMENTI: IL RUOLO DECISIVO DELLA CATENA DEL FREDDO

Nel trasporto degli alimenti, la temperatura controllata non rappresenta un aspetto accessorio, bensì una condizione essenziale per garantire sicurezza, qualità e conformità lungo l’intera filiera. La corretta gestione della catena del freddo costituisce infatti uno dei principali strumenti di prevenzione contro la proliferazione microbica e l’alterazione dei prodotti deperibili. In questo contesto, il contributo di OITAF assume un valore particolarmente rilevante, in quanto richiama l’attenzione sulla necessità di adottare procedure rigorose, competenze tecniche adeguate e un monitoraggio costante e continuo.

OITAF, Osservatorio Interdisciplinare Trasporto Alimenti e Farmaci, ha più volte sottolineato l’importanza di un approccio integrato alla logistica alimentare. In una filiera sempre più complessa, il trasporto non può essere considerato un passaggio secondario, ma rappresenta una fase critica in cui tecnologia, organizzazione e responsabilità devono operare in modo coordinato. L’attenzione dell’Osservatorio è rivolta proprio alla promozione di una cultura della prevenzione e del controllo, con particolare riferimento alla temperatura controllata come elemento fondamentale per garantire sicurezza e qualità dei prodotti.

Per i prodotti freschi, refrigerati e surgelati, la catena del freddo deve rimanere integra dal momento della produzione fino alla consegna finale. Ogni interruzione, anche breve, può compromettere la stabilità del prodotto e ridurre la sua sicurezza. Carne, pesce, latticini, piatti pronti e preparazioni sensibili agli sbalzi termici richiedono condizioni costanti, mezzi adeguati e operatori formati. La temperatura controllata diventa così un parametro operativo decisivo, non soltanto per il rispetto delle norme, ma per la tutela concreta del consumatore.

Dal punto di vista operativo, il trasporto a temperatura controllata richiede veicoli idonei, sistemi di generazione del freddo efficienti e dispositivi di monitoraggio affidabili. I sensori e i registratori di temperatura permettono oggi di verificare in tempo reale eventuali variazioni e di intervenire rapidamente in caso di anomalie. Ma la tecnologia, da sola, non basta: servono anche procedure precise per il carico e lo scarico, tempi di percorrenza ottimizzati, manutenzione costante dei mezzi e una corretta gestione delle soste. La continuità del freddo dipende infatti dall’insieme delle azioni, non da un singolo dispositivo.

Il valore della temperatura controllata è confermato anche dall’impianto normativo, che attribuisce grande importanza alla conservazione degli alimenti durante il trasporto. Gli operatori della filiera devono rispettare requisiti specifici, applicare principi HACCP e individuare i punti critici in cui si può verificare una perdita di efficacia della catena del freddo. In questo quadro, il richiamo di OITAF alla responsabilità condivisa tra produttori, trasportatori e distributori è particolarmente significativo: la sicurezza alimentare non si esaurisce nella produzione, ma si costruisce lungo tutto il percorso.

Sul piano economico, la temperatura controllata rappresenta anche un fattore di efficienza. Un alimento trasportato correttamente arriva al mercato nelle condizioni previste, riducendo scarti, contestazioni e sprechi. Questo si traduce in un vantaggio competitivo per le imprese, che possono offrire maggiori garanzie ai clienti e rafforzare la propria reputazione. La qualità logistica diventa così parte integrante della qualità del prodotto.

Nel dibattito sulla sicurezza alimentare, OITAF rappresenta un punto di riferimento significativo, in quanto unisce competenze tecniche e attenzione istituzionale. Il messaggio che ne emerge è chiaro: la temperatura controllata non è soltanto una questione di conservazione, ma un elemento strutturale della sicurezza nel trasporto degli alimenti.

L’efficacia della filiera dipende infatti dalla capacità di mantenere standard elevati in ogni fase del processo, dalla partenza fino alla consegna finale.

Il trasporto alimentare a temperatura controllata costituisce uno dei pilastri della sicurezza alimentare contemporanea. Garantire la continuità termica significa proteggere il consumatore, salvaguardare la qualità dei prodotti e valorizzare il lavoro dell’intera filiera.

Le indicazioni di OITAF confermano questa prospettiva e rafforzano l’idea che la logistica del freddo costituisca ormai una componente strategica, da presidiare con attenzione, competenza e senso di responsabilità.

La catena del freddo nel settore alimentare: analisi e trend del Libro Bianco ATP

Il trasporto a temperatura controllata costituisce un’infrastruttura invisibile ma essenziale su cui si regge la sicurezza alimentare nazionale. Ogni giorno, migliaia di tonnellate di merci deperibili percorrono le autostrade e le principali rotte logistiche italiane per raggiungere i punti vendita della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e i mercati locali.

In questo contesto, il Libro Bianco del trasporto ATP in Italia, realizzato dall’Osservatorio Interdisciplinare Trasporto Alimenti e Farmaci (OITAF) in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, rappresenta uno dei riferimenti più autorevoli per comprendere lo stato dell’arte, le criticità e le evoluzioni tecnologiche di un comparto strategico per l’economia e la salute pubblica.

L’accordo internazionale ATP (Accord Transport Perissable), sottoscritto a Ginevra nel 1970, impone regole stringenti e standard costruttivi per i furgoni isotermici, i frigoriferi e le camere refrigerate. L’obiettivo primario è la rigorosa conservazione della catena del freddo, un vincolo non solo normativo, ma biologico. 

La radiografia della flotta italiana numeri chiave

I dati censiti nel Libro Bianco fotografano una realtà complessa, caratterizzata da una flotta circolante estremamente numerosa e parcellizzata. In Italia si contano circa 200.000 unità idonee al trasporto ATP, suddivise tra autoveicoli refrigerati leggeri, autocarri pesanti e semirimorchi isotermici. Questa flotta garantisce l’approvvigionamento quotidiano della popolazione, ma mostra una distribuzione geografica non uniforme, legata a doppio filo ai distretti produttivi dell’industria agroalimentare e ai nodi logistici strategici. L’analisi territoriale presente nel documento riserva alcune sorprese sul piano dei volumi. Escludendo dal computo i semirimorchi industriali e focalizzandosi sui veicoli ATP operativi sul corto e medio raggio, la Campania si posiziona al vertice della classifica nazionale con ben 15.051 unità attive. Questo primato riflette l’enorme rilevanza della filiera conserviera, dei prodotti ortofrutticoli e della logistica distributiva nel Mezzogiorno. Al secondo posto si colloca la Lombardia, centro nevralgico dei consumi e della GDO, con 13.454 veicoli, seguita a breve distanza dal Lazio con 12.073 unità. Queste tre regioni da sole muovono una fetta consistente del mercato alimentare fresco e surgelato del Paese.

Sicurezza alimentare e Protocolli operativi

Il Libro Bianco non si limita a un conteggio numerico, ma analizza le dinamiche operative che regolano il trasporto dei prodotti deperibili. Per ogni categoria merceologica, le normative europee e nazionali impongono precise classi di temperatura: dai -20°C e oltre per i prodotti surgelati e i gelati, fino alle temperature positive comprese tra lo zero e i +4°C per le carni fresche, i prodotti lattiero-caseari e la gastronomia pronta. Il rispetto di questi parametri richiede una manutenzione impeccabile delle carrozzerie coibentate e dei gruppi frigoriferi, i quali devono essere sottoposti a verifiche periodiche per il rinnovo delle attestazioni ATP presso i centri di collaudo autorizzati.

Negli ultimi anni, la spinta verso una maggiore sicurezza alimentare ha portato a una ridefinizione delle buone pratiche logistiche. Non basta più garantire che la temperatura all’interno del vano sia corretta al momento della partenza e dell’arrivo; è necessario dimostrare la continuità termica durante l’intero viaggio, comprese le delicate fasi di carico e scarico della merce, in cui il rischio di shock termico è più elevato. Le linee guida incluse nel Libro Bianco sottolineano come la formazione del personale viaggiante e degli addetti alla logistica di magazzino sia un fattore determinante per azzerare gli errori umani, che restano una delle cause principali di deterioramento del prodotto.

La rivoluzione digitale: IoT e tracciabilità in tempo reale

Il vero motore del cambiamento descritto nel rapporto OITAF è l’introduzione massiccia delle tecnologie digitali e della telematica di bordo. La logistica del freddo sta vivendo una transizione epocale grazie all’Internet of Things (IoT). I tradizionali termografi cartacei, che registravano la temperatura in modo statico e consultabile solo a posteriori, stanno lasciando il posto a ecosistemi di sensori intelligenti e connessi. Questi dispositivi sono installati all’interno delle celle isotermiche e dialogano costantemente con centraline di bordo collegate alla rete cellulare o satellitare. I vantaggi per le aziende della filiera alimentare sono molteplici:

  • Monitoraggio Continuo: i responsabili della qualità possono verificare da remoto la temperatura di ogni singolo veicolo in viaggio, ricevendo allarmi istantanei sul proprio smartphone o computer in caso di anomalie tecniche.
  • Manutenzione Predittiva: l’analisi dei dati di funzionamento dei motori frigoriferi permette di anticipare i guasti meccanici prima che causino il blocco dell’impianto e la perdita del carico.
  • Certificazione Trasparente: l’integrazione con piattaforme cloud e, in alcuni casi, con la tecnologia blockchain consente di generare report immutabili che attestano la qualità del trasporto, offrendo una garanzia di trasparenza totale sia ai clienti della GDO che al consumatore finale.

Sostenibilità e sfide future per la logistica verde

La sfida del settore per i prossimi anni consiste nel coniugare la massima sicurezza dei cibi con la riduzione dell’impronta carbonica. Il mercato si sta muovendo verso soluzioni innovative, come i gruppi frigoriferi completamente elettrici alimentati da pacchi batteria integrati o da sistemi di recupero dell’energia durante le frenate del veicolo. Parallelamente, la ricerca sui materiali isolanti sta permettendo la costruzione di furgonature isotermiche più leggere e performanti, capaci di trattenere il freddo più a lungo e di ridurre lo sforzo degli impianti di refrigerazione.

In conclusione, il Libro Bianco ATP mappa un settore resiliente e in forte evoluzione, consapevole del proprio ruolo centrale per la società. La sicurezza alimentare non può più prescindere da una logistica avanzata, dove la conformità normativa dell’accordo ATP si fonde con l’innovazione digitale e la sostenibilità ambientale. Solo attraverso investimenti costanti nel rinnovo delle flotte e nell’adozione di tecnologie connesse l’Italia potrà continuare a garantire l’eccellenza e l’integrità del proprio patrimonio agroalimentare, dal campo alla tavola.

OTAN

QUANDO L’ALIMENTAZIONE DIVENTA TERAPIA CLINICA: SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

L’apparato gastrointestinale è un sistema funzionale molto complesso che svolge non solo attività digestive e assorbitive ma anche immunologiche di grande rilievo. Le recenti scoperte scientifiche in merito al microbiota intestinale hanno evidenziato come il sistema immunitario gastrointestinale sia uno strumento essenziale per il nostro organismo per poter convivere in simbiosi con un insieme di batteri di 10 volte superiore al numero totale delle nostre cellule e con un patrimonio genomico 150 volte più ricco di quello umano. Una alterata permeabilità intestinale o una disfunzione dei complessi sistemi immunitari e di tolleranza dell’apparato gastroenterico possono dare il via a patologie non solo gastroenterologiche, ma anche metaboliche, autoimmuni, infiammatorie e all’obesità.

Nel corretto funzionamento dell’apparato gastrointestinale interviene in modo preponderante il Sistema Nervoso Enterico (SNE) in grado non solo di rispondere a stimoli provenienti dai nutrienti assorbiti dando origine a reazioni ormonali, metaboliche e immunologiche ma anche ad interagire con Sistema Nervoso Centrale (SNC). Questo SNE è stato definito il secondo cervello.

Il meccanismo di interazione tra i due sistemi nervosi avviene in ambo le direzioni. Il SNE può inviare segnali al SNC attraverso mediatori chimici (provenienti dai nutrienti, o come recentemente dimostrato anche attraverso i recettori del gusto localizzati in tutto il tratto gastrointestinale), ormonali o nervosi (nervo vago). In questo modo il SNC è informato non solo della presenza o assenza di cibo nel lume intestinale ma anche del tipo di nutriente e del volume ingerito in modo da organizzare risposte comportamentali adeguate. Recenti evidenze inoltre hanno sottolineato l’importanza del timing dell’assunzione del pasto. Gli orologi circadiani presenti non solo a livello del nucleo soprachiasmatico ipotalamico nel cervello ma anche a livello del tratto gastroinetstinale determinano atteggiamenti metabolici e comportamentali (food anticipatory activity) sia inconsci (ad opera di reazioni chimiche e metaboliche) che volontari (ricerca o rifiuto del cibo).

A sua volta il SNC invia segnali nervosi (nervo vago) e probabilmente chimico-ormonali al SNE condizionando spesso la sua funzionalità. Un esempio di disfunzione di questo asse SNE-SNC è rappresentato dalla sindrome dell’intestino irritabile (IBS).

La sindrome dell’intestino irritabile (SII) rappresenta una delle principali malattie dei paesi occidentali, con una prevalenza che si aggira intorno al 15-20% della popolazione generale, e costituisce la prima causa di consulenza gastroenterologica. Questa patologia, non riconoscibile con strumenti diagnostici di immagine (e per questo motivo, in questo mondo dove l’immagine e l’identificazione oggettiva sono tutto, viene spesso misconosciuta), è strettamente collegata ad una disfunzione del sistema nervoso enterico. In realtà i collegamenti tra sistema nervoso enterico e disturbi gastrointestinali sono molto più complessi e riguardano il sistema immunitario, la flora batterica (oggi definita più propriamente microbiota), sistema nervoso centrale e alimentazione. Le cause sono state attribuite a diverse variabili che hanno acquisito rilevanze diverse con il passare degli anni comprendendo fattori psicologici, sensitivi, motori, infiammatori, infettivi e alimentari.  

Siamo abituati a prendere sul serio solo le malattie organiche, vale a dire quelle malattie dove è visibile un danno o una lesione in seguito ad una indagine diagnostica. Ma in molti casi la malattia non è presente in modo evidente nell’organo interessato perché il disturbo è legato a un difetto di funzione e quindi l’organo funziona male anche se non ci sono lesioni oggettivabili dagli abituali accertamenti. Dal momento che le indagini diagnostiche a nostra disposizione ci forniscono immagini e ci parlano poco della funzione degli organi, è come se pretendessimo di sapere se un’automobile si mette in moto regolarmente facendole una fotografia. 

Il concetto chiave per la sindrome dell’intestino irritabile è sapere che il nostro secondo cervello non funziona in modo corretto. Il sistema nervoso enterico possiede neuroni, fibre e neurotrasmettitori come quello encefalico e come quello può avere anche lui dei disturbi. Non abbiamo a disposizione degli strumenti diagnostici per questa patologia e questo dispiace molto soprattutto a chi considera “malattia” solo quella che si può vedere o toccare. Fino a qualche anno fa la diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile si faceva solo per esclusione di altre patologie ma questo comportava un grosso dispendio di energie e di risorse economiche e sanitarie. Negli ultimi anni dopo lunghi e accurati studi condotti dai più famosi esperti mondiali in materia si sono riusciti ad identificare dei sintomi che in assenza di fattori di allarme possono da soli consentire una diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile senza necessità di fare accertamenti. Questi sintomi sono caratterizzati e classificati mediante i cosiddetti “criteri di Roma” proprio perché a Roma sono state gettate le basi alcuni anni fa per arrivare alle conclusioni di oggi.

Questi sintomi chiave sono il dolore (o anche solo il fastidio addominale) che tipicamente migliora con l’evacuazione e non compare di notte, associato a diarrea oppure a stitichezza o ad un’alternanza di questi due sintomi. Sono anche importanti il gonfiore addominale e l’urgenza evacuativa.

La cronicità dei disturbi predispone il paziente ad una iper-attenzione al sintomo e ad una attesa del sintomo che a sua volta innesca un circolo vizioso tale da automantenere e peggiorare la clinica e la qualità di vita dei soggetti affetti da questa sidrome.

 I fattori scatenanti i disturbi della sindrome dell’intestino irritabile sono molti ma se vogliamo citare i 2 più frequenti sono lo stress e gli alimenti. Il cervello della testa che normalmente comunica con il suo “fratello” della pancia può modulare la sua influenza in vari modi. Quando è sottoposto a stress fisico o psicologico determina la comparsa di impulsi che si vanno a ripercuotere sui movimenti intestinali potendo determinare sia stipsi che diarrea. Ma anche le sensazioni che arrivano dal cervello intestinale possono essere percepite, e psicologicamente vissute, in modo molto più drammatico e negativo in situazioni di stress, soprattutto se questo è mantenuto nel tempo.

In questi ultimi anni l’interesse in campo alimentare, e in particolare quello associato a disturbi gastrointestinali come la sindrome dell’intestino irritabile, ha dominato la scena non tanto come fattore causale ma quantomeno come elemento determinante nella comparsa dei sintomi. Chiariamo subito un concetto chiave, gli alimenti non sono la causa dell’intestino irritabile e il fatto che la dieta costituisca la terapia più efficace per migliorare i sintomi non significa che gli alimenti “curino” la malattia che purtroppo resta cronica. Sicuramente però le evidenze scientifiche hanno confermato che in termini di miglioramento dei sintomi la dieta rappresenta la strategia terapeutica di prima linea in quanto la più efficace nella sindrome dell’intestino irritabile (1).

La maggior parte dei pazienti affetti da questa sindrome ritiene che l’alimentazione sia il principale fattore responsabile del suo quadro clinico (2). Inizialmente si è pensato che singoli alimenti potessero determinare, in modo selettivo per ogni singolo paziente, la comparsa dei sintomi come gonfiore, dolore e distensione addominale nonché le alterazioni dell’alvo e della consistenza delle feci. 

Sebbene diete eccessivamente ricche in grassi e zuccheri (di per sé non certo dannosi) possano essere responsabili di alterazioni pregiudizievoli del microbiota intestinale e della permeabilità della barriera intestinale, i macronutrienti che maggiormente sono coinvolti nelle risposte infiammatorie sono le proteine, sia di origine animale che vegetale, in particolare in quelle di natura allergica.

Da qualche anno, peraltro, molti studi (3,4) hanno evidenziato come alimenti contenenti un gruppo di sostanze altamente fermentabili (FODMAP) svolgessero un ruolo di primo piano nel favorire lo sviluppo di questi sintomi e come la loro eliminazione fosse un punto cruciale nelle strategie terapeutiche della sindrome dell’intestino irritabile.  

Sul versante alimentare sono molti gli alimenti che possono essere coinvolti nello scatenare i disturbi. 

Bisogna tenere sempre in grande considerazione il vissuto alimentare del paziente perché il paziente è il primo ad intuire quali siano gli alimenti che gli creano disturbi e possono essere molto differenti da individuo a individuo. Gli alimenti che più frequentemente sono responsabili dello scatenamento dei sintomi (anche se ognuno per motivi differenti) sono i seguenti: patate, legumi, carciofi, cavoli, broccoli, melanzane, mele, uva, pere, gelati, gomme americane e farine integrali.

Ma non basta escludere alcuni alimenti, bisogna imparare a mangiare lentamente e in poca quantità ogni volta perché la rapida distensione dello stomaco può determinare dei riflessi (cosiddetti gastro-colici, presenti in tutti i lattanti) che stimolano immediatamente l’evacuazione in un sottogruppo di pazienti con la sindrome dell’intestino irritabile.

L’alimentazione, inoltre, può condizionare la selezione del microbiota. In un futuro forse la conoscenza più precisa dei rapporti tra alimentazione, batteri intestinali e nutrigenomica aiuterà ad operare scelte alimentari più opportune non solo per combattere l’obesità ma anche per la prevenzione e il miglioramento di patologie come la sindrome dell’intestino irritabile, dove già la relazione tra alimenti e sintomi appare così evidente.

In conclusione, i dati della letteratura attribuiscono un ruolo sempre maggiore all’alimentazione come meccanismo fisiopatologico nella comparsa dei sintomi nei pazienti affetti da sindrome dell’intestino irritabile e di conseguenza come risorsa terapeutica. La conseguente attivazione di alcuni meccanismi infiammatori favorisce l’aumentata permeabilità della barriera intestinale che in questo modo ostacola gli abituali e necessari sistemi di tolleranza nei confronti delle molecole alimentari (in particolare delle proteine e dei FODMAP). 

BIBLIOGRAFIA

  1. Gibson P . The evidence base for efficacy of the low FODMAP diet in irritable bowel syndrome: is it ready for prime time as a first-line therapy? J Gastroenterol Hepatol 2017 Mar:32 Suppl 1:32-35.
  2. Monsbakken KW1, Vandvik PO, Farup PG Perceived food intolerance in subjects with irritable bowel syndrome– etiology, prevalence and consequences. Eur J Clin Nutr. 2006 May;60(5):667-72.
  3. Ong DK; Mitchell SB; Barrett JS; Shepherd SJ; Irving PM; Biesiekierski JR; Smith S; Gibson PR; Muir JG. Manipulation of dietary shortchain carbohydrates alters the pattern of gas production and genesis of symptoms in irritable bowel syndrome. J Gastroenterol Hepatol. 2010; Vol. 25 (8):1366-73
  4. Staudacher HM; Lomer MC; Anderson JL; Barrett JS; Muir JG; Irving PM; Whelan K. Fermentable carbohydrate restriction reducesluminal bifidobacteria and gastrointestinal symptoms in patients with irritable bowel syndrome. J Nutr. 2012; Vol. 142 (8):1510-8

Intervista durante TuttoFood Milano 2026 al Presidente uscente dei Giovani imprenditori di Federalimentare, Guglielmo Auricchio e al Presidente appena eletto, Marcello De Nigris.

L’ecosistema alimentare di scena a TuttoFood 2026 tra innovazione e sostenibilità

Come ANUGA per il Centro Europa, TUTTOFOOD a Milano rappresenta la manifestazione internazionale di riferimento dell’industria alimentare per l’area mediterranea che, anche nel 2026, conferma il proprio ruolo di piattaforma privilegiata per connettere produttori, distributori, buyer internazionali e operatori dell’intera filiera. La fiera si sviluppa attraverso ampie aree espositive tematiche che coprono tutti i segmenti del comparto: dalla produzione primaria alla trasformazione alimentare, dal packaging alle tecnologie per la logistica e il retail. L’evento propone esposizioni, incontri B2B, conferenze e dimostrazioni pratiche, creando un contesto ideale per networking, innovazione e nuove opportunità di business a livello internazionale.

TUTTOFOOD attrae migliaia di visitatori professionali e centinaia di espositori da decine di Paesi, con padiglioni dedicati alle eccellenze territoriali, alle start-up food-tech e alle soluzioni sostenibili. Il grande evento B2B milanese ha confermato il ruolo centrale dell’innovazione tecnologica: tra i padiglioni di Fiera Milano Rho, la tecnologia alimentare e le sue connessioni con la sostenibilità, il retail e l’economia circolare hanno dominato la scena, offrendo spunti concreti per il futuro del settore agroalimentare. 

La manifestazione, valorizzata quest’anno dal riconoscimento UNESCO della cucina italiana come patrimonio immateriale, rappresenta un punto di riferimento per favorire l’accesso ai mercati internazionali e sostenere le PMI italiane nella promozione dei propri brand sui mercati globali. Grande rilievo è stato dato agli incontri B2B con buyer esteri, strumenti fondamentali per stimolare export e internazionalizzazione.

Passeggiando tra gli stand, emerge chiaramente l’attenzione verso alimenti orientati alla salute e all’innovazione nutrizionale: stand e dimostrazioni presentano impianti modulari per coltivazione indoor, supportati da sistemi idroponici e aeroponici ottimizzati tramite intelligenza artificiale per massimizzare resa e qualità nutrizionale riducendo il consumo idrico e ottimizzando gli spazi urbani.

Grande attenzione anche al packaging circolare e compostabile. Le nuove formulazioni di materiali riducono l’utilizzo delle plastiche fossili e introducono imballaggi compostabili o riutilizzabili, accompagnate da servizi di take-back e sistemi di refill per prodotti liquidi e secchi. 

Parallelamente, numerose aziende hanno presentato tecnologie innovative per l’aumento e il controllo della shelf life e la riduzione degli sprechi alimentari: active packaging con emettitori di CO2 e antimicrobici naturali, packaging intelligente in grado di monitorare il tempo minimo di conservazione, innovazioni di minimal processing capaci di prolungare la conservazione senza compromettere qualità e sicurezza alimentare.

Per quanto concerne le tecnologie digitali, queste stanno trasformando profondamente la filiera agroalimentare, garantendo maggiore efficienza e tracciabilità. L’adozione di sensori e tecnologie di monitoraggio ha rivoluzionato il controllo della catena del freddo e la gestione degli sprechi. Soluzioni basate su blockchain consentono inoltre di certificare autenticità, provenienza e sostenibilità dei prodotti, integrando sensoristica, data logging e registri distribuiti. Tramite QR code, il consumatore può accedere facilmente alla storia del prodotto e alle informazioni sulla filiera.

L’ottimizzazione di processo attraverso la robotica e l’automazione per la trasformazione in linee produttive flessibili garantisce efficienza e sicurezza igienico-sanitaria avvalendosi di specifici robot collaborativi (cobot), che gestiscono operazioni delicate (come dosaggio, confezionamento e controllo qualità visivo). I cobot da sempre costituiscono un’attrattiva per gli ospiti della manifestazione. 

L’innovazione ha mostrato la sua forza anche nella connessione tra i prodotti e i comportamenti di acquisto. Nei padiglioni è stata allestita un’area esperienziale, dove moderne tecnologie di eye-tracking e face monitoring hanno registrato le reazioni e le emozioni dei consumatori davanti alle novità alimentari. 

Grande rilievo è stato dato inoltre alle soluzioni digitali per retail e marketing: piattaforme di e-procurement B2B, software di dynamic pricing, strumenti di analytics per la previsione della domanda e tecnologie AR/VR per presentare prodotti e processi ai buyer internazionali anche da remoto.

Le fermentazioni di precisione rappresentano ormai una frontiera aperta per la produzione di ingredienti bioattivi, grazie all’impiego di biotecnologie capaci di sviluppare aromi naturali, ingredienti funzionali e micro-ingredienti ad alto valore aggiunto. Queste tecnologie aprono nuove opportunità per la personalizzazione alimentare e per lo sviluppo di prodotti innovativi ad elevata qualità.

In un contesto economico segnato dall’aumento dei costi energetici, particolare interesse ha suscitato il settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica applicata alla filiera agroalimentare. Numerosi impianti dimostrativi integrano fotovoltaico, pompe di calore e sistemi di recupero termico per ridurre consumi ed emissioni negli impianti di trasformazione alimentare.

In sintesi, l’edizione 2026 di Tuttofood ha dimostrato come il futuro dell’alimentazione globale si fondi sull’alleanza strategica tra tradizione culinaria e innovazione tecnologica, un binomio fondamentale per affrontare le sfide del sistema alimentare moderno.

Eventi e format integrativi hanno combinato esposizione tradizionale con conferenze tematiche, cooking show, workshop tecnici e sessioni di networking B2B. Le aree dedicate all’incubazione di start-up food-tech hanno offerto mentoring, accesso alla prototipazione rapida e connessioni con investitori e partner industriali, favorendo la crescita di nuove soluzioni tecnologiche applicabili anche ai prodotti della tradizione alimentare italiana.

Per le PMI italiane, la fiera rappresenta un’occasione concreta per testare prodotti, trovare distributori e sviluppare accordi commerciali internazionali. L’attenzione verso sostenibilità, certificazione e trasparenza facilita inoltre l’accesso ai mercati premium. Per il consumatore finale, le innovazioni presentate mirano a offrire prodotti sempre più sicuri, trasparenti e sostenibili, insieme a esperienze d’acquisto ancora più informative grazie a etichette digitali e packaging intelligenti.

Nonostante i progressi tecnologici, restano alcune sfide importanti: l’adozione su larga scala delle nuove tecnologie richiede investimenti significativi, mentre la standardizzazione dei sistemi di tracciabilità e l’armonizzazione normativa internazionale rappresentano ancora aspetti da consolidare. La sostenibilità della filiera richiede infatti interventi strutturali e una collaborazione costante tra tutti gli attori del settore.

L’appuntamento biennale TuttoFood si conferma un hub strategico per il settore agroalimentare, capace di far convergere promozione commerciale, trasferimento tecnologico e dialogo su sostenibilità, sicurezza e innovazione.

Le tecnologie in mostra — dalla tracciabilità digitale all’automazione industriale, dal packaging circolare all’efficienza energetica — delineano una filiera sempre più efficiente, trasparente e orientata alla qualità.

OTAN

ECOTROPHELIA ITALIA 2026: “EDLYQ” SI AGGIUDICA LA COMPETIZIONE ALL’INSEGNA DELLA SOSTENIBILITÀ E DELL’INNOVAZIONE ALIMENTARE 

Roma, 22 maggio 2026 – Si è svolta oggi, presso il Centro congressi di Eataly a Roma, la sedicesima edizione di EcoTrophelia Italia, il concorso nazionale organizzato daFederalimentare con l’obiettivo di promuovere l’eco-innovazione e la sostenibilità nello sviluppo di nuovi prodotti alimentari industriali. 

Nata con l’idea di limitare l’impatto ambientale dei processi produttivi e favorire il riciclo dei sottoprodotti industriali, la competizione si è confermata un appuntamento imprescindibile per gli studenti universitari e degli ITS del settore agroalimentare. L’evento ha ricevuto  l’autorevole patrocinio scientifico di ENEA (Agenzia Nazionale per le nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile) , insieme a quelli di Food Edu (Fondazione Italiana Educazione Alimentare), CLAN (Cluster Agrifood Nazionale) eOTAN (Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Tecnologi Alimentari). 

La giuria di esperti – presieduta dal neoeletto presidente dei Giovani Imprenditori di Federalimentare, Marcello De Nigris e composta da esponenti delle istituzioni, della nutrizione, dell’impresa e della ricerca – ha valutato i prototipi industriali in base a specifici criteri di innovazione ed eco-sostenibilità. 

Ad aggiudicarsi il primo premio di € 2.000 e il diritto di rappresentare l’Italia alla finale internazionale ECOTROPHELIA EUROPE 2026 in programma il prossimo autunno è stato “EDLYQ”, la rivoluzionaria cannuccia croccante e commestibile dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – UCBM. 

A tracciare il bilancio dell’evento è stato Marcello De Nigris, neoeletto Presidente dei Giovani Imprenditori di Federalimentare: 

«Faccio i miei complimenti a tutti i team per lo straordinario livello dei prodotti in gara. Per me e per Federalimentare è un orgoglio immenso dare a questi ragazzi lo sprint iniziale, aiutandoli a trasformare splendide intuizioni in prodotti industriali e realtà imprenditoriali». 

De Nigris ha ricordato Carlo Petrini: «La sua presenza e il suo pensiero hanno ispirato anche Eataly – che ha ospitato i nostri lavori oggi – nata per applicare su larga scala la filosofia di Slow Food “buono, pulito e giusto”». 

La panoramica dei prodotti in gara

Le tre squadre finaliste arrivate a Roma si sono sfidate a colpi di creatività, tecnologia e sostenibilità. Di seguito la panoramica dei prototipi di questa edizione: 

  • EDLYQ (Università Campus Bio-Medico di Roma – UCBM): Una rivoluzionaria cannuccia croccante e commestibile studiata appositamente per il settore Ho.Re.Ca.. Sviluppata con una ricetta 100% plant-based e fonte di fibre, garantisce un’eccellente tenuta nei liquidi freddi per 25 minuti. Offerta in quattro colorazioni naturali, trasforma l’accessorio monouso in un’esperienza “usa e gusta” a rifiuto zero.
  • EMULÌ (Università di Parma): Un condimento innovativo che supera il concetto tradizionale di maionese, posizionandosi come salsa funzionale e sostenibile. Realizzata senza uova, impiega siero di latte e sieroproteine derivanti dalla lavorazione del Parmigiano Reggiano, con aromatizzazioni naturali ricavate da ortaggi di recupero (basilico, carota o cipolla). Apporta fibre prebiotiche per la salute intestinale. 
  • KOREZ (Fondazione Bio-Campus ITS Latina): Un biscotto rustico alla farina di miglio che reinventa il concetto di snack salutare. Coniuga la friabilità della base al cacao magro con un fresco cuore cremoso a base di kefir d’acqua e succo di lime. Fornisce ben 13g di fibre (grazie all’inulina) e appena 1,5g di zuccheri naturali per 100g. 
CEFALEA E ALIMENTAZIONE 

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Le cefalee rappresentano un quadro clinico molto frequente e spesso invalidante. Si possono distinguere due tipi, quelle primarie che non hanno una causa riconoscibile e delle quali ci occuperemo, e quelle secondarie dove rappresentano un sintomo di una patologia ben definibile e la cui manifestazione è strettamente legata alla malattia che le determina. Secondo le stime più recenti del Global Burden of Disease Study le cefalee primarie rientrano tra i disturbi neurologici più diffusi in assoluto e si caratterizzano per essere condizioni altamente invalidanti, responsabili di circa il 5,5% della disabilità totale (circa l’8% tra i giovani adulti).

Tra le cefalee primarie si possono riconoscere prevalentemente due tipi, la cefalea muscolo-tensiva che rappresenta la forma più comune con una prevalenza superiore al 50% della popolazione generale e legata a situazioni locali anatomiche o parafisiologiche quali determinate posture che mantengono per molte ore la muscolatura del collo o della colonna cervicale o delle spalle in tensione oppure ad anomalie della masticazione, e l’emicrania (presente ne15% della popolazione) mediata da un meccanismo vascolare o neurogeno.

Esiste un rapporto tra la cefalea e l’alimentazione?

Frequentemente si assiste alla comparsa della cefalea in fase post-prandiale e spesso viene considerata  come responsabile un’eventuale allergia alimentare ma questo in pratica raramente è così. È utile ricordare che sebbene siano molti e differenti i cibi accusati di provocare cefalea (perché sono molte le sostanze contenute negli alimenti che possono provocare effetto cefalalgico) in realtà sono abbastanza rari i casi gravi. Tra le sostanze in grado di scatenare la cefalea si possono riconoscere alcune sostanze biologicamente attive come le amine e le metilxantine che non sono aggiunte ai cibi ma che vi sono contenute naturalmente o vengono liberate in circolo dopo la trasformazione digestiva di un alimento ad opera degli enzimi digestivi o del microbiota intestinale. Anche alcuni additivi possono dare origini alla cefalea ma soltanto nei soggetti ipersensibili.

Molte volte invece, il fattore responsabile non è una sostanza, bensì la modalità di assunzione di un alimento o di un pasto. Per esempio, mangiare molto velocemente o in condizioni di eccessivo caldo o eccessivo freddo oppure se si eseguono sport o sforzi fisici dopo mangiato sono condizioni che possono essere sufficiente per scatenare una cefalea post-prandiale in virtù delle modificazioni del flusso sanguigno a livello cerebrale determinate dal conflitto vasomotorio generato da queste varie circostanze che si presentano concomitantemente.

Se la comparsa del mal di testa, sia che si localizzi ad una sola zona della testa o ad una metà del volto (emicrania) o che sia diffuso, coincide con l’ingestione di alimenti è corretto parlare di un’ipersensibilità all’alimento. Questa ipersensibilità può corrispondere ad una intolleranza alimentare. Per fare un definitivo chiarimento, la cefalea come reazione avversa agli alimenti, non è da confondere con le allergie alimentari vere che sono, invece, riconducibili ad allergeni (sostanze di solito di natura proteica capaci di provocare una risposta immunitaria specifica dopo l’ingestione anche di quantità minime) appartenenti all’alimento e che possono provocare anche altri sintomi (lieve aumento del battito cardiaco, ansia, diminuzione della pressione arteriosa, eruzioni cutanee pruriginose, orticaria, fino allo shock anafilattico).

Il meccanismo che sostiene una cefalea di origine alimentare soprattutto quando questa è di natura emicranica, è rappresentato da un fenomeno di vasodilatazione che può essere seguito (o preceduto) anche da una vasocostrizione e quindi, la circolazione intracranica risente notevolmente di queste variazioni pressorie, reagendo con un dolore abbastanza resistente ai comuni farmaci analgesici. Questo tipo di effetto è riferibile alle amine bioattive (anche dette vasoattive) e che possiedono un’azione detta simil-farmacologica dato che questi sono gli stessi principi attivi che vengono utilizzati in molti farmaci. Inoltre, ci sono alimenti che già contengono queste sostanze e altri che, invece, le liberano dopo l’ingestione e la successiva digestione dell’alimento in questione. 

Queste sostanze ad attività simil farmacologica contenute negli alimenti (o liberate dopo l’ingestione) sono:

– Istamina: pesci, pomodori, uova (albume), fragole, crostacei, maiale, salumi, cavoli, vini, birra 

– Tiramina: formaggi fermentati e stagionati, estratto di lievito, conserve di pesce (sardine, aringhe, tonno) vini, birra, banane, semi di soia, nocciole, avocado, oli di semi vari 

– Caffeina: nelle bevande a base di caffè, e negli alimenti insaporiti all’aroma di caffè o nelle bevande energetiche 

– Teofillina: nelle bevande a base di tè

– Teobromina: nelle bevande e negli alimenti a base di cacao e cioccolato

– Glutammato monosodico: derivato dell’acido glutammico che si ritrova in alcuni alimenti in forma di sale sodico

– Solfiti: diossido di zolfo, acido solforoso, tutti i sali che possono liberare zolfo presenti negli alimenti e nei prodotti alimentari fermentati dai formaggi ai vini 

Il problema più evidente di questi disturbi è senza dubbio quello di individuare con precisione l’alimento implicato anche perché in un cibo vi possono essere più sostanze in grado di provocare reazioni avverse e, inoltre, una serie di fattori ambientali possono anche sovrapporsi. Dato che queste manifestazioni possono non apparire ben isolate e chiaramente specificabili, specie nell’adulto, questo percorso può diventare difficoltoso. Se la cefalea si ripresenta a intervalli di tempo molto ravvicinati nella stessa giornata e dura da qualche giorno, potrebbe essere utile verificare, per prima cosa, quali sono gli orari d’insorgenza e se questi hanno una relazione coi pasti. Un buon sistema per farlo e che può essere d’aiuto anche per orientare il proprio medico è compilare per qualche giorno un diario alimentare nel quale sono indicati i tipi di alimenti assunti, le quantità, gli orari dei pasti e la comparsa della cefalea o di altri eventuali disturbi. Prima di ricorrere a rimedi troppo drastici è sempre meglio pensarci: a volte, infatti, si rischia di eliminare del tutto intere categorie di alimenti che pure possiedono un certo valore nutrizionale (i formaggi e i derivati del latte o alcune carni o pesci).
Nel caso si riesca ad individuare l’alimento responsabile della cefalea è naturale che il primo provvedimento da adottare sia rappresentato dall’eliminazione dello stesso dalla dieta. Questo accorgimento però non deve essere considerato definitivo per due ragioni. La prima è che la cefalea, non rappresentando abitualmente un sintomo legato ad una allergia ma bensì ad una risposta di tipo intolleranza alimentare nei confronti di una sostanza contenuta in un determinato alimento, è un sintomo dose-dipendente. Questo significa che l’azione di ridurre la quantità dell’alimento ingerito potrebbe aiutare ad impedire la comparsa del sintomo, così come cambiare la marca di un prodotto perché la quantità della sostanza incriminata potrebbe essere differente. La seconda ragione è che talvolta può accadere che con la successiva assunzione ripetuta di uno stesso alimento a dosaggi inferiori si verifichi una sorta di desensibilizzazione che con il tempo può portare ad aumentare la capacità di tollerare meglio la sostanza responsabile della cefalea.

In conclusione, le cefalee primarie, sia che siano muscolo-tensive, ma soprattutto quelle che sono di natura emicranica, possono essere scatenate dagli alimenti per sostanze in essi contenute o per altre molecole che possono essere generate durante la digestione per azione degli enzimi digestivi o del microbiota intestinale. L’identificazione dell’alimento responsabile è il passo più importante nella prevenzione della cefalea legata all’alimentazione. A volte può essere sufficiente ridurre la quantità o la frequenza di assunzione dell’alimento responsabile per aumentare la capacità dell’individuo di tollerare la sostanza responsabile della cefalea.

Marcello De Nigris eletto Presidente dei Giovani Imprenditori di Federalimentare per il quadriennio 2026-2030

L’imprenditore della De Nigris 1889 succede a Guglielmo Gennaro Auricchio. Visione internazionale, digitalizzazione delle filiere e resilienza geopolitica i pilastri del nuovo mandato

Milano, 14 maggio 2026 – Il Consiglio Nazionale del Gruppo Giovani Imprenditori ha eletto all’unanimità Marcello De Nigris come nuovo Presidente per il mandato 2026-2030. L’elezione segna il passaggio di testimone con il Presidente uscente Guglielmo Auricchio, al termine di un ciclo caratterizzato da una significativa crescita della base associativa e della coesione interna.

Marcello De Nigris rappresenta la quarta generazione della famiglia alla guida del Gruppo De Nigris 1889, realtà leader mondiale nel settore dell’Aceto Balsamico di Modena IGP  e condimenti, riconosciuta come Marchio Storico di Interesse Nazionale. Con un percorso formativo d’eccellenza perfezionato presso la Hult International Business School  Londra, De Nigris ricopre il ruolo di Key Account Manager, contribuendo in prima linea alla diffusione del brand in oltre 95 mercati esteri attraverso i 4 stabilimenti del gruppo, cuore produttivo e simbolo dell’eccellenza manifatturiera Italiana.

“Assumo questo incarico con grande senso di responsabilità e con la chiara missione di rafforzare il ruolo dei giovani imprenditori come motore di innovazione per l’industria alimentare italiana”, ha dichiarato il neo-presidente Marcello De Nigris. “Il nostro comparto deve oggi navigare scenari internazionali complessi, segnati da turbolenze geopolitiche e nuove sfide commerciali. Per il quadriennio 2026-2030, la nostra strategia unirà la tutela delle tradizioni del Made in Italy a una decisa trasformazione digitale, consapevoli che l’innovazione è una tradizione che si rinnova. Vogliamo che Federalimentare Giovani sia il laboratorio dove si progetta l’alimentare del futuro: tecnologicamente avanzato, sostenibile e capace di comunicare il proprio valore in modo univoco sui mercati”. 

De Nigris punterà durante il suo mandato su una maggiore integrazione con le altre eccellenze del Sistema-Paese, ricalcando i modelli di collaborazione già avviati con le filiere del legno-arredo e della moda, per fare del Food Made in Italy il perno di un’offerta nazionale sempre più competitiva e riconosciuta. Riconosce nelle family company impegnate nel ricambio generazionale il testimone del saper fare all’Italiana, vera eredità delle nostre imprese.

Il Presidente uscente, Guglielmo Gennaro Auricchio, ha espresso grande soddisfazione per la nomina del suo successore: “Marcello è la figura ideale per dare continuità ai progetti avviati in questi anni. Ho avuto modo di apprezzarne non solo la profonda competenza tecnica e la visione internazionale, ma anche la straordinaria capacità di fare squadra e il profondo attaccamento ai valori della nostra Federazione. La sua nomina è il coronamento di un impegno costante e sono certo che, sotto la sua guida, il Gruppo saprà consolidare il ruolo di interlocutore autorevole e propositivo. A Marcello va tutto il mio sostegno e l’augurio di un quadriennio ricco di successi: lascio un Gruppo unito, motivato e in ottime mani”.

Nelle prossime settimane, il Presidente De Nigris provvederà alla nomina dei Vice Presidenti e alla definizione della squadra di Presidenza che lo affiancherà per i prossimi quattro anni.

A Tuttofood 2026 Federalimentare e FoodDrinkEurope hanno presentato “The New Food Order: Geopolitical Shock and European Agrifood Resilience”

Con crisi Stretto Hormuz agroalimentare comparto più in difficoltà

Milano, 11 maggio 2026 – La chiusura dello Stretto di Hormuz e le complessità geopolitiche internazionali hanno innescato uno shock di sistema che sta colpendo duramente tutti i settori produttivi. L’agroalimentare è il comparto che più degli altri sta registrando le maggiori difficoltà, a causa di una riduzione massiccia dei transiti di materie prime fondamentali dal Golfo Persico, alla quale si unisce un aumento dei costi dell’energia che, con il perdurare della crisi, rischiano di riversare i loro effetti negativi su tutta la catena del valore. È questo il dato emerso in occasione dell’evento “The New Food Order: Geopolitical Shock and European Agrifood Resilience”,promosso da Federalimentare in collaborazione con FoodDrinkEurope e presentato oggi a Tuttofood 2026, a Milano.

Attraverso Hormuz transita circa la metà dei fertilizzanti che nutrono il pianeta: urea, ammoniaca, zolfo, idrogeno, gas naturale — tutti ingredienti fondamentali dei fertilizzanti azotati, senza i quali l’agricoltura moderna non potrebbe esistere come la conosciamo. La FAO ha avvertito che, se la crisi dovesse persistere, i prezzi globali dei fertilizzanti potrebbero restare superiori del 15-20% anche nella seconda metà del 2026. Per gli agricoltori italiani ed europei — che operano già con margini ridotti — questo si potrebbe tradurre in una scelta dolorosa: ridurre le dosi di fertilizzante (con rese inferiori) o assorbire i costi (con rischio di insolvenza).

Il costo dell’energia nei processi produttivi

La produzione nazionale di gas in Italia copre solamente poco più del 4%, troppo poco per fare a meno dell’import. Per le imprese agroalimentari italiane questo si riflette direttamente sui costi di irrigazione (energia per le pompe), serre (riscaldamento e illuminazione), trasformazione e conservazione dei prodotti, logistica e distribuzione.

Il blocco dello Stretto di Hormuz ha messo a nudo la dipendenza energetica a cui è soggetta la produzione alimentare industriale. Un sistema basato su filiere lunghe e fertilizzanti sintetici ad alto impatto energetico si rivela strutturalmente instabile e potenzialmente rischioso per la sicurezza alimentare globale.

Anche uno scenario positivo — la riapertura dello Stretto — non risolverebbe il problema nell’immediato. Quando le navi potranno tornare a transitare, i produttori di fertilizzanti dovranno aspettare che la produzione di gas naturale nel Golfo si riporti a regime, un processo che richiederà mesi o addirittura anni.

Raffaele Fitto, Executive Vice-President for Cohesion and Reforms, intervenuto in video collegamento ha dichiarato: “Gli ultimi anni ci hanno insegnato che nessun settore è immune agli shock geopolitici. Dalla pandemia alle tensioni commerciali, alla crisi energetica, agli eventi meteorologici estremi, come le alluvioni, o la siccità, il nostro sistema agroalimentare è chiamato a rispondere a sfide senza precedenti. Eppure i dati ci dicono che il settore risponde bene alle crisi. L’export agroalimentare europeo rimane stabile: questo perché insieme, istituzioni e settore abbiamo investito nel rafforzamento della solidità del settore con azioni concrete.  La visione sul cibo e l’agricoltura, la strategia per il ricambio generazionale, strumenti contro le pratiche commerciali sleali, ma anche la semplificazione, il rafforzamento dei controlli sulle importazioni, il piano per il settore zootecnico. Tutto questo perché l’autonomia strategica non è un’opzione, ma una necessità. In un mondo dove le catene di approvvigionamento sono armi geopolitiche, l’Europa deve giocare un ruolo da protagonista”.

Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, ha affermato: “È fondamentale il lavoro della distribuzione e della trasformazione nel nostro sistema industriale. È importante per le imprese che ne fanno parte, per l’economia nel suo complesso ed è importante per i produttori primari. Perché il produttore primario, anche agricolo, realizza un prodotto di alta qualità che deve essere venduto bene per poter avere il giusto prezzo. Che paghi non solo i costi, ma che faccia crescere anche il reddito dei produttori stessi. Quindi è fondamentale il lavoro che Federalimentare e che l’industria alimentare fanno in rappresentanza di un modello che della qualità fa ancora la sua bandiera principale e che negli ultimi anni ha investito ancora di più sulla qualità, e ciò significa difendere la qualità complessiva del sistema e il valore aggiunto”.

Il Vice Direttore FAO, Maurizio Martina, in un messaggio video ha osservato: “Pace e stabilità sono requisiti essenziali per la sicurezza alimentare nel mondo. Il conflitto in Medio Oriente sta generando perturbazioni globali, che coinvolgono il settore agroalimentare in ogni latitudine. In condizioni normali nello Stretto di Hormuz transitano circa il 35% del petrolio globale, il 20% del gas naturale e il 25% dei fertilizzanti scambiati a livello mondiale. Con il conflitto gli scambi sono crollati di oltre il 95% e questo ha innescato forti turbolenze, che si trasmettono al settore agroalimentare attraverso quattro canali principali: interruzioni delle importazioni alimentari nei paesi del Golfo; i prezzi dell’energia, che aumentano i costi su tutta la filiera – irrigazione, produzione, trasporti, logistica, trasformazione alimentare; l’aumento dei fattori produttivi, in particolare i fertilizzanti; ricadute economiche sui flussi delle rimesse e il calo del potere di acquisto. Come FAO stiamo cercando di indirizzare i nostri sforzi lungo tre fasi: sul breve periodo dobbiamo avere rotte commerciali alternative; nel medio periodo occorre diversificare le fonti di approvvigionamento e rafforzare la cooperazione di carattere regionale; nel lungo periodo bisogna investire in sistemi nazionali agricoli più sostenibili, più resilienti e investire in energie alternative e in fertilizzanti verdi. La FAO è pronta a dare una mano. Con il Governo italiano stiamo lavorando tanto e sono grato alle istituzioni nazionali per il lavoro che stiamo facendo insieme, a partire dai ministri Lollobrigida e Tajani e a tutte le autorità coinvolte in questa situazione di emergenza. Occasioni come questa sono utili per condividere le analisi di scenario che dobbiamo offrire alle imprese, attraverso un lavoro di squadra, per rendere i nostri sistemi agricoli alimentari più giusti, equi e sostenibili e garantire cibo sano e sicuro alle popolazioni”.

Dirk Jacobs, Direttore Generale FoodDrinkEurope, ha sottolineato: “Non avevamo mai vissuto una situazione simile: dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e la crisi energetica, anche il conflitto in Medio Oriente sta mettendo sotto pressione l’intero settore agroalimentare. La carenza di fertilizzanti, insieme all’aumento dei costi di energia, logistica e packaging, rischia di ridurre la disponibilità dei prodotti alimentari e di far aumentare ulteriormente i prezzi per i consumatori. È una situazione molto seria che stiamo cercando di gestire nel miglior modo possibile”.

Secondo il Presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti: “Avevamo iniziato a investire in Paesi meno coinvolti dai conflitti, ma oggi lo scenario è cambiato e mercati come Giappone e Australia stanno diventando sempre più strategici. Per l’agricoltura la situazione è delicata: la guerra rischia di aggravare la povertà alimentare e di far aumentare ulteriormente i costi del cibo. La FAO sta già registrando, dopo la guerra in Ucraina, il livello più alto dell’indice dei prezzi alimentari. Per questo nei prossimi 6-9 mesi sarà necessario adottare misure forti. Mi auguro che il conflitto possa terminare il prima possibile, perché attraverso lo Stretto di Hormuz non passa soltanto il petrolio, ma gran parte delle merci mondiali. L’Europa resta una grande potenza industriale, ma i singoli Paesi da soli hanno poco peso nel mercato globale. Il consumatore oggi forse non percepisce ancora gli effetti della crisi, ma nei prossimi mesi potrebbe accorgersene con aumenti dei prezzi e minore disponibilità di prodotti. Servono misure urgenti per evitare una nuova impennata dell’inflazione alimentare”.

Per Paolo Mascarino, Presidente di Federalimentare: “Nonostante lo scenario internazionale mutevole, l’industria alimentare è in buona salute. Nel 2025, il settore ha raggiunto un fatturato di 204 miliardi di euro, in crescita del +3,6% sull’anno precedente, sostenuto da un buon trend della produzione industriale (+1,6%) e da un export dinamico (+4,2%). Ma le tensioni provenienti da Hormuz, con le sue ricadute su energia, imballaggi, packaging e approvvigionamento di alcune materie prime strategiche, come i fertilizzanti, stanno però incidendo negativamente su tutta la catena del valore agroalimentare. Un conflitto prolungato nel Golfo rischia di portare il Paese a rischio stagflazione, e anche se la crisi dovesse risolversi in breve tempo ci vorranno molti mesi per tornare ad una normalizzazione dei prezzi e degli approvvigionamenti. Viviamo una crisi che non è solo italiana ma europea, ed è in Europa che si devono trovare soluzioni straordinarie ad eventi straordinari. Le proposte avanzate dal Governo Meloni, come la revisione degli Ets o quella di estendere anche al caro-energia le deroghe al Patto di stabilità, attivando le clausole di salvaguardia, sono due soluzioni che darebbero fiato alle industrie. Soprattutto a quella alimentare che, lo ricordo, è tra le prime manifatture italiane e la prima in Europa”.

PPWR, LA GRANDE OCCASIONE VERDE PER L’INDUSTRIA ALIMENTARE EUROPEA 

Il conto alla rovescia è iniziato: il 12 agosto 2026 è la prima tra le tappe previste del nuovo PPWR Packaging and Packaging Waste Regulation diventando pienamente operativo, ridisegnando il modo in cui l’Europa produce, utilizza e ricicla gli imballaggi. Per molti settori si tratta di una sfida complessa; per l’industria alimentare, invece, potrebbe trasformarsi in una delle più grandi opportunità di innovazione degli ultimi decenni, ma anche di profondi cambiamenti.

La produzione alimentare è infatti il comparto che più dipende dal packaging: sicurezza, shelf‑life, tracciabilità, logistica, comunicazione al consumatore. Tutto passa da lì essendo l’alimento e il suo imballaggio un tutt’uno, un binomio imprescindibile di conoscenze competenze e valori da trasmettere. Ed è proprio per questo che il PPWR, pur imponendo nuovi obblighi, ma comunque già previsti da una Direttiva datata ormai 30 anni orsono, apre la strada a un salto tecnologico che molte aziende stavano già valutando, ma che ora diventa strategico.

Un regolamento che uniforma e semplifica il mercato europeo

Il PPWR nasce con un obiettivo chiaro: ridurre rifiuti e impatto ambientale, creando allo stesso tempo un mercato unico del packaging. Per le aziende alimentari, abituate a gestire normative diverse tra Paesi, l’armonizzazione rappresenta un vantaggio competitivo non trascurabile.

Regole comuni su riciclabilità, contenuto di riciclato, etichettatura ambientale e materiali consentono di progettare imballaggi validi per tutti i mercati UE, riducendo costi di adattamento e complessità amministrativa. Un beneficio particolarmente rilevante per le PMI esportatrici, che potranno operare con maggiore prevedibilità.

Materiali sicuri e innovativi un ulteriore la spinta al valore della confezione

La misura accelera la transizione verso materiali sempre più sicuri e performanti. Molte aziende avevano già avviato progetti di sostituzione, ma il PPWR crea un mercato più stabile per alternative come carte trattate senza fluorurati, coating naturali, bioplastiche avanzate e film monomateriale ad alta barriera.

La ricerca sta correndo: nuovi polimeri riciclati idonei al contatto alimentare, soluzioni compostabili più resistenti, packaging attivi che prolungano la shelf‑life, come pure vantaggi attraverso sinergie con atmosfere protettive, adeguate a svariate tipologie di alimenti per aumentarne la serbevolezza. Il regolamento, di fatto, diventa un catalizzatore di investimenti e partnership tra produttori di materiali e industrie alimentari.

Riciclabilità e contenuto riciclato: da obbligo a leva di brand

Il PPWR introduce criteri tecnici stringenti per la riciclabilità e quote minime di materiale riciclato negli imballaggi in plastica. Per molte aziende questo significa ripensare design e forniture, ma anche rafforzare la propria identità di marca.

I consumatori europei premiano sempre più i prodotti con packaging sostenibile. Le aziende che si muoveranno per prime potranno comunicare in modo trasparente l’impegno ambientale, sfruttando la nuova etichettatura armonizzata che renderà più chiaro il percorso di riciclo. In un mercato competitivo come quello alimentare, la sostenibilità diventa un elemento di differenziazione reale.

Riduzione degli imballaggi: efficienza e risparmio

Il regolamento impone anche la minimizzazione del volume e del peso degli imballaggi. Una misura spesso percepita come un vincolo, ma che in realtà può generare risparmi significativi lungo tutta la filiera: meno materiale acquistato, meno spazio occupato nei magazzini, trasporti più efficienti, minori emissioni.

Molte aziende stanno già sperimentando formati più compatti, eliminazione dei sovraimballaggi e soluzioni “lightweight”. In diversi casi, la riduzione del packaging ha portato a un miglioramento dell’esperienza d’uso e a un posizionamento più moderno del prodotto.

Riuso e refill: un nuovo modello di relazione con il consumatore

Per alcune categorie soprattutto bevande e per il settore ho.re.ca. – il PPWR introduce quote di riutilizzo e obblighi di accettare contenitori propri o riutilizzabili. Un cambiamento culturale che apre la strada a nuovi modelli di business: sistemi di deposito cauzionale, packaging a rendere, soluzioni di refill nei punti vendita.

Le aziende che sapranno cogliere questa trasformazione potranno costruire un rapporto più diretto con i consumatori, fidelizzandoli attraverso servizi innovativi e riducendo allo stesso tempo i costi di gestione degli imballaggi monouso. Ma occorre prestare attenzione, perché alcune realtà dovranno riadattarsi a questo nuovo scenario.

E saranno necessarie nuove risorse economiche e competenze per promuovere una adeguata educazione ai consumatori.

Una transizione impegnativa, ma ricca di opportunità

È innegabile che l’adeguamento al PPWR richieda dunque investimenti: test di idoneità alimentare, adeguamento di alcune linee di confezionamento, aggiornamento della documentazione tecnica, revisione della supply chain. Tuttavia, la direzione è chiara e condivisa a livello europeo: un sistema alimentare più sostenibile, trasparente e competitivo.

Le aziende che si muoveranno per tempo potranno non solo rispettare la normativa, ma anche anticipare il mercato, migliorare la propria reputazione e accedere a nuove opportunità commerciali. Il PPWR non è solo un regolamento: è un’occasione per ripensare il packaging come leva strategica di innovazione; a tal proposito sono fondamentali le linee guida operative per adattare i cambiamenti da intraprendere, limitando oneri che ricadrebbero su tutti i componenti delle filiere compresi i consumatori.

In conclusione il sistema alimentare europeo si trova davanti a una sfida complessa, ma anche a un’opportunità storica. Il PPWR spinge verso materiali più affidabili, processi più efficienti e modelli di consumo più sostenibili. Chi saprà interpretare questa transizione non come un obbligo, ma come un investimento sul futuro, potrà guidare il cambiamento e rafforzare la propria posizione in un mercato sempre più attento all’ambiente.

OTAN

Obesità e sovrappeso, la nuova pandemia

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Nel 2025 l’Italia, primo paese al mondo, ha riconosciuto l’obesità come una malattia cronica e progressiva, e non più un semplice fattore di rischio. Questa scelta è stata innovativa da un punto di vista culturale e coraggiosa da un punto di vista economico, visto l’impatto che tale decisione potrà avere sulle finanze del SSN. A questa decisione si è arrivati con una legge apposita in seguito alle evidenze scientifiche che hanno ampiamente definito le origini multifattoriali di questa malattia e l’impatto sullo stato di salute delle persone e della collettività veramente devastante. I dati epidemiologici in continua crescita dell’obesità e del sovrappeso, in particolare in età infantile, richiedono interventi non solo sanitari ma anche culturali. L’Italia non è certo il paese che sta peggio, dal momento che la prevalenza dell’obesità (BMI maggiore di 30) si aggira intorno al 12% rispetto agli USA dove supera il 40%, ma se aggiungiamo i valori del sovrappeso (BMI compreso tra 25 e 30) che rappresentano il 35% della popolazione possiamo concludere che quasi la metà della popolazione ha un eccesso ponderale, con un trend in aumento soprattutto tra i giovani. L’esigenza di affrontare l’obesità come una malattia nasce proprio dal fatto che l’epidemia di obesità e delle malattie ad essa correlate (diabete, malattie cardiovascolari, tumori, ecc.) che sta coinvolgendo i paesi sviluppati rappresenta il principale problema sanitario e la sfida più importante delle istituzioni sanitarie nazionali. Scegliere la giusta strategia per ridurre questa tendenza dannosa può essere complicato e spesso vengono intraprese iniziative solo apparentemente di successo (come penalizzare gli alimenti ricchi di zuccheri e grassi) che però, laddove tali misure sono state applicate, non hanno ottenuto risultati incoraggianti. Gli alimenti sono composti da molti nutrienti e puntare solo sulla riduzione di quelli con elevata presenza di grassi, ad esempio, porterebbe alla demonizzazione dell’olio d’oliva privando il consumatore dell’immenso tesoro di polifenoli e antiossidanti in esso contenuto. È ormai chiaro dalla letteratura scientifica internazionale che l’unica strategia efficace per diminuire il rischio di malattie non trasmissibili è quella dell’educazione a un sano stile di vita e di alimentazione, ed è stato dimostrato che il modello della dieta mediterranea (Patrimonio immateriale dell’UNESCO dal 2010) è il più efficace non solo per favorire la prevenzione delle malattie ma anche per migliorare la qualità della vita. La dieta mediterranea, molto più che essere una dieta, rappresenta uno stile di vita sano e piacevole che rispetta le tradizioni culturali e la convivialità di una società.

L’origine dell’obesità è multifattoriale e non riguarda esclusivamente lo stile di vita ma anche altri aspetti come quelli genetici, metabolici, farmacologici, ambientali, psicologici, sociali e altri meno noti ma di enorme importanza come, per esempio, la composizione del microbiota intestinale. 

Il paziente obeso presenta alcune caratteristiche che permettono di disegnare un profilo piuttosto ben definito. Abitualmente è portatore di un assetto genetico e metabolico che gli permette di ottimizzare le risorse energetiche risparmiando le calorie ingerite. Questa capacità migliora facendo diete ripetute e di conseguenze gli è sempre più difficile riuscire a dimagrire. Il suo apporto calorico è superiore al dispendio, la scelta alimentare trascura la qualità salutistica, le modalità di assunzione del cibo sono spesso scorrette e svolge attività fisica molto scarsa. Ognuna di queste caratteristiche ha un ruolo molto importante sia nel determinare l’aumento del peso che, indipendentemente da questo fatto, nel favorire la comparsa di malattie e disturbi. È molto importante capire che l’aumento del peso corporeo rappresenta un fattore di rischio importante per la comparsa di numerose patologie sia per l’effetto meccanico che per l’effetto chimico-metabolico del tessuto adiposo dal momento che quest’ultimo è in grado di produrre un’elevata quantità di sostanze biologicamente attive. È però altrettanto importante comprendere che l’individuo obeso tende ad assumere alimenti che con maggior frequenza contengono sostanze poco salutari o addirittura dannose sia per il tipo di alimento ingerito che per il tipo di cottura alla quale tale alimento è stato sottoposto.  

La genetica è un parametro sul quale non è possibile intervenire, ma è importante conoscere il suo ruolo per adattare e gestire al meglio i comportamenti correttivi. A questo proposito, è noto che le donne dimagriscono con maggiore fatica rispetto agli uomini. E anche in palestra ottengono risultati inferiori. I motivi di questa disparità sono ormai noti: le donne hanno un metabolismo più lento degli uomini e un profilo ormonale che non consente loro di rispondere adeguatamente all’allenamento e di smaltire il grasso in eccesso.

È necessario sottolineare un’importante considerazione: il grasso femminile, con la sua tipica distribuzione mammaria, sottocutanea e sui fianchi non è collegata ad un aumentato rischio cardiovascolare e metabolico a differenza di quanto accade con il grasso viscerale maschile localizzato prevalentemente in addome. Pertanto, il grasso femminile, se pur più abbondante e difficile da smaltire, è meno pericoloso di quello maschile. Fin dalla comparsa della nostra specie sulla Terra, la donna ha avuto più grasso corporeo rispetto all’uomo. Il motivo è semplice e presto detto: per via del suo ruolo fondamentale nella riproduzione del genere umano, l’evoluzione l’ha resa più resistente alla perdita di grasso, per evitare di arrecare danno alla salute e alla sopravvivenza del feto. Gli ormoni femminili tendono a preservare maggiormente il tessuto adiposo al fine di tutelare maggiormente colei che è più importante, rispetto all’uomo, nel garantire il mantenimento della specie attraverso l’abbondanza di riserve energetiche per far fronte a gravidanza e allattamento. Nella fase menopausale si assiste ad uno squilibrio ormonale che va ad incidere anche sul metabolismo rallentandolo e favorendo a sua volta l’aumento di peso. In questo caso, la distribuzione del tessuto adiposo assomiglia di più a quello maschile (viscerale) proprio perché non più condizionato dagli estrogeni.

Le tendenze e le mode alimentari degli ultimi anni associate ad un poco salutare stile di vita (poca attività fisica, mancata aderenza alla dieta mediterranea ed eccesso di quantità alimentari) hanno portato ad una aumentata prevalenza di obesità e sovrappeso e delle patologie correlate. Appare dunque evidente quanto sia importante studiare delle strategie volte a migliorare le scelte alimentari non solo per la salute dell’uomo ma anche del pianeta. Inoltre, i prossimi decenni obbligheranno il mondo ad affrontare una crescente domanda di cibo, in virtù dell’aumento progressivo delle popolazioni; al tempo stesso, sarà necessario iniziare a valutare seriamente delle misure di salvaguardia del pianeta. Semplificando, è indispensabile: 1) razionalizzare le risorse, 2) ridurre gli sprechi, 3) scegliere un rapporto etico di tutela nei confronti di tutti gli abitanti della Terra, uomini o animali che siano.

Ecco alcune regole che dovrebbero essere adottate in termini di stile di vita per migliorare il peso corporeo:

  1. La prima regola deve essere quella di capire che la riduzione del peso, per essere definita “dimagramento” deve essere rappresentata nella sua gran parte da una perdita di massa grassa e poco o nulla dalla perdita della massa magra, rappresentata dagli organi nobili (fegato, rene, cervello, ossa e muscoli). Quindi, dovremmo cercare di non dare troppo “peso” a quello che indica la bilancia, se non sappiamo che cosa perdiamo quando caliamo di peso. Siccome le rapide riduzioni di peso portano con sé una perdita di massa magra, si capisce perché i nutrizionisti più saggi che non hanno bisogno di “sorprendere” i propri pazienti con effetti speciali sconsigliano di perdere più di tre o quattro chili al mese.
  2. La dieta o il metodo che si sceglie per dimagrire deve tener conto che il nostro organismo continua ad aver bisogno di nutrirsi e svolgere le proprie funzioni vitali indipendentemente dalla necessità di andare in vacanza al mare. Pertanto, è necessario garantirgli l’arrivo della quota di zuccheri, grassi e proteine volta a garantire le funzioni essenziali. Le diete devono essere personalizzate, indipendentemente dal fatto se parliamo di uomini e donne. È necessario che il medico consideri la persona che si mette a dieta a 360°, valutando non solo il fabbisogno calorico e il dispendio energetico, ma anche le sue abitudini di vita, il suo lavoro, le esigenze famigliari, i gusti personali e la sua attività fisica. Molto importante anche considerare l’età, perché per esempio durante la menopausa può essere importante inserire la soia per apportare una quota di fitoestrogeni utile a far fronte alle carenze ormonali.
  3. Con la dieta non si apportano solo i già citati zuccheri, grassi e proteine ma un’infinità di sostanze (nutrienti e non) che si è scoperto essere fondamentali per il mantenimento dello stato di salute e la prevenzione delle malattie (antiossidanti, polifenoli, vitamine, oligoelementi e altre molecole bioattive). Quindi bisognerebbe guardare oltre il termine “iperproteica” al quale si accosta la maggior parte delle diete dimagranti.
  4. Se si deve dimagrire perché si è arrivati a una mala-educazione alimentare, che ha portato al sovrappeso, non si può pensare di fare una dieta a scadenza. Come in altri ordini educativi, non c’è una fine al comportarsi bene (o per caso qualcuno insegna ai propri figli di non tirare le cartacce per terra fino ai quindici anni per poi dirgli che dai sedici anni è permesso?). Si può modificare una dieta una volta raggiunto un traguardo, modulandola secondo le varie esigenze individuali, ma ritornare alle abitudini di partenza che avevano portato al sovrappeso vuol dire aver fallito.
  5. Evitare i digiuni è un punto cruciale. Lo stress metabolico che il digiuno provoca non fa certo bene all’organismo obbligato a fare i salti mortali per racimolare molecole di glucosio “cannibalizzando” i propri muscoli e creando uno stato di chetosi (un tempo si temeva l’acetone dei bambini, e il coma chetoacidotico è una grave complicanza del diabete mentre adesso lo stato di chetosi è quasi diventato una condizione irrinunciabile per alcune diete). La dieta mima-digiuno, oggi molto di moda, nasce come strategia per il rinnovo cellulare nell’ottica del favorire la longevità e non del perdere peso. 
  6. Mangiare di tutto (eccezion fatta per allergie o intolleranze alimentari e per malattie specifiche come diabete celiachia, insufficienza renale o epatica) in quantità modulabile secondo il singolo individuo con le sue esigenze organizzative, sociali e psicologiche è dunque il modello ideale per una dieta dimagrante salutare. Ma le proporzioni fanno la differenza in termini di salute. E pertanto bisogna rifarsi allo schema della piramide alimentare ispirata alla dieta mediterranea, forse unico modello avvallato da documentazione scientifica seria e autorevole.
  7. Non è solo importante cosa si mangia ma come si mangia se si vuole dimagrire in salute. È, infatti, importante frazionare i pasti e mangiare lentamente. Questo facilita la digestione e agevola la stimolazione del centro della sazietà.
  8. Infine, la sola dieta non è mai uno strumento sufficiente per dimagrire in salute. È opportuno, per non dire doveroso, laddove non ci siano reali impedimenti abbinare una dieta alimentare corretta a un programma ragionevole, personalizzato e realizzabile di attività fisica. L’esercizio fisico (che non deve essere necessariamente esagerato) infatti, non solo aumenta il dispendio energetico, ma stimola alcuni meccanismi cellulari che portano ad un maggiore metabolismo cellulare.
  9. I recenti farmaci (incretine) introdotti per il trattamento del diabete e dell’obesità rappresentano un’arma innovativa e molto importante nell’arsenale terapeutico del medico. Sono farmaci molto efficaci e nella maggior parte dei casi molto ben tollerati. Rimangono però sempre dei farmaci che devono essere gestiti dal medico con prudenza e con le corrette indicazioni che sono state ben definite, sapendo bene che l’interruzione del farmaco senza aver introdotto un corretto stile di vita porterà inevitabilmente ad un recupero del peso perso come già confermato da numerosi studi. Anche la chirurgia bariatrica costituisce uno strumento terapeutico importante purché vengano rispettati i corretti criteri di indicazione e controindicazione stabiliti.

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