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QUANDO L’ALIMENTAZIONE DIVENTA TERAPIA CLINICA: SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

L’apparato gastrointestinale è un sistema funzionale molto complesso che svolge non solo attività digestive e assorbitive ma anche immunologiche di grande rilievo. Le recenti scoperte scientifiche in merito al microbiota intestinale hanno evidenziato come il sistema immunitario gastrointestinale sia uno strumento essenziale per il nostro organismo per poter convivere in simbiosi con un insieme di batteri di 10 volte superiore al numero totale delle nostre cellule e con un patrimonio genomico 150 volte più ricco di quello umano. Una alterata permeabilità intestinale o una disfunzione dei complessi sistemi immunitari e di tolleranza dell’apparato gastroenterico possono dare il via a patologie non solo gastroenterologiche, ma anche metaboliche, autoimmuni, infiammatorie e all’obesità.

Nel corretto funzionamento dell’apparato gastrointestinale interviene in modo preponderante il Sistema Nervoso Enterico (SNE) in grado non solo di rispondere a stimoli provenienti dai nutrienti assorbiti dando origine a reazioni ormonali, metaboliche e immunologiche ma anche ad interagire con Sistema Nervoso Centrale (SNC). Questo SNE è stato definito il secondo cervello.

Il meccanismo di interazione tra i due sistemi nervosi avviene in ambo le direzioni. Il SNE può inviare segnali al SNC attraverso mediatori chimici (provenienti dai nutrienti, o come recentemente dimostrato anche attraverso i recettori del gusto localizzati in tutto il tratto gastrointestinale), ormonali o nervosi (nervo vago). In questo modo il SNC è informato non solo della presenza o assenza di cibo nel lume intestinale ma anche del tipo di nutriente e del volume ingerito in modo da organizzare risposte comportamentali adeguate. Recenti evidenze inoltre hanno sottolineato l’importanza del timing dell’assunzione del pasto. Gli orologi circadiani presenti non solo a livello del nucleo soprachiasmatico ipotalamico nel cervello ma anche a livello del tratto gastroinetstinale determinano atteggiamenti metabolici e comportamentali (food anticipatory activity) sia inconsci (ad opera di reazioni chimiche e metaboliche) che volontari (ricerca o rifiuto del cibo).

A sua volta il SNC invia segnali nervosi (nervo vago) e probabilmente chimico-ormonali al SNE condizionando spesso la sua funzionalità. Un esempio di disfunzione di questo asse SNE-SNC è rappresentato dalla sindrome dell’intestino irritabile (IBS).

La sindrome dell’intestino irritabile (SII) rappresenta una delle principali malattie dei paesi occidentali, con una prevalenza che si aggira intorno al 15-20% della popolazione generale, e costituisce la prima causa di consulenza gastroenterologica. Questa patologia, non riconoscibile con strumenti diagnostici di immagine (e per questo motivo, in questo mondo dove l’immagine e l’identificazione oggettiva sono tutto, viene spesso misconosciuta), è strettamente collegata ad una disfunzione del sistema nervoso enterico. In realtà i collegamenti tra sistema nervoso enterico e disturbi gastrointestinali sono molto più complessi e riguardano il sistema immunitario, la flora batterica (oggi definita più propriamente microbiota), sistema nervoso centrale e alimentazione. Le cause sono state attribuite a diverse variabili che hanno acquisito rilevanze diverse con il passare degli anni comprendendo fattori psicologici, sensitivi, motori, infiammatori, infettivi e alimentari.  

Siamo abituati a prendere sul serio solo le malattie organiche, vale a dire quelle malattie dove è visibile un danno o una lesione in seguito ad una indagine diagnostica. Ma in molti casi la malattia non è presente in modo evidente nell’organo interessato perché il disturbo è legato a un difetto di funzione e quindi l’organo funziona male anche se non ci sono lesioni oggettivabili dagli abituali accertamenti. Dal momento che le indagini diagnostiche a nostra disposizione ci forniscono immagini e ci parlano poco della funzione degli organi, è come se pretendessimo di sapere se un’automobile si mette in moto regolarmente facendole una fotografia. 

Il concetto chiave per la sindrome dell’intestino irritabile è sapere che il nostro secondo cervello non funziona in modo corretto. Il sistema nervoso enterico possiede neuroni, fibre e neurotrasmettitori come quello encefalico e come quello può avere anche lui dei disturbi. Non abbiamo a disposizione degli strumenti diagnostici per questa patologia e questo dispiace molto soprattutto a chi considera “malattia” solo quella che si può vedere o toccare. Fino a qualche anno fa la diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile si faceva solo per esclusione di altre patologie ma questo comportava un grosso dispendio di energie e di risorse economiche e sanitarie. Negli ultimi anni dopo lunghi e accurati studi condotti dai più famosi esperti mondiali in materia si sono riusciti ad identificare dei sintomi che in assenza di fattori di allarme possono da soli consentire una diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile senza necessità di fare accertamenti. Questi sintomi sono caratterizzati e classificati mediante i cosiddetti “criteri di Roma” proprio perché a Roma sono state gettate le basi alcuni anni fa per arrivare alle conclusioni di oggi.

Questi sintomi chiave sono il dolore (o anche solo il fastidio addominale) che tipicamente migliora con l’evacuazione e non compare di notte, associato a diarrea oppure a stitichezza o ad un’alternanza di questi due sintomi. Sono anche importanti il gonfiore addominale e l’urgenza evacuativa.

La cronicità dei disturbi predispone il paziente ad una iper-attenzione al sintomo e ad una attesa del sintomo che a sua volta innesca un circolo vizioso tale da automantenere e peggiorare la clinica e la qualità di vita dei soggetti affetti da questa sidrome.

 I fattori scatenanti i disturbi della sindrome dell’intestino irritabile sono molti ma se vogliamo citare i 2 più frequenti sono lo stress e gli alimenti. Il cervello della testa che normalmente comunica con il suo “fratello” della pancia può modulare la sua influenza in vari modi. Quando è sottoposto a stress fisico o psicologico determina la comparsa di impulsi che si vanno a ripercuotere sui movimenti intestinali potendo determinare sia stipsi che diarrea. Ma anche le sensazioni che arrivano dal cervello intestinale possono essere percepite, e psicologicamente vissute, in modo molto più drammatico e negativo in situazioni di stress, soprattutto se questo è mantenuto nel tempo.

In questi ultimi anni l’interesse in campo alimentare, e in particolare quello associato a disturbi gastrointestinali come la sindrome dell’intestino irritabile, ha dominato la scena non tanto come fattore causale ma quantomeno come elemento determinante nella comparsa dei sintomi. Chiariamo subito un concetto chiave, gli alimenti non sono la causa dell’intestino irritabile e il fatto che la dieta costituisca la terapia più efficace per migliorare i sintomi non significa che gli alimenti “curino” la malattia che purtroppo resta cronica. Sicuramente però le evidenze scientifiche hanno confermato che in termini di miglioramento dei sintomi la dieta rappresenta la strategia terapeutica di prima linea in quanto la più efficace nella sindrome dell’intestino irritabile (1).

La maggior parte dei pazienti affetti da questa sindrome ritiene che l’alimentazione sia il principale fattore responsabile del suo quadro clinico (2). Inizialmente si è pensato che singoli alimenti potessero determinare, in modo selettivo per ogni singolo paziente, la comparsa dei sintomi come gonfiore, dolore e distensione addominale nonché le alterazioni dell’alvo e della consistenza delle feci. 

Sebbene diete eccessivamente ricche in grassi e zuccheri (di per sé non certo dannosi) possano essere responsabili di alterazioni pregiudizievoli del microbiota intestinale e della permeabilità della barriera intestinale, i macronutrienti che maggiormente sono coinvolti nelle risposte infiammatorie sono le proteine, sia di origine animale che vegetale, in particolare in quelle di natura allergica.

Da qualche anno, peraltro, molti studi (3,4) hanno evidenziato come alimenti contenenti un gruppo di sostanze altamente fermentabili (FODMAP) svolgessero un ruolo di primo piano nel favorire lo sviluppo di questi sintomi e come la loro eliminazione fosse un punto cruciale nelle strategie terapeutiche della sindrome dell’intestino irritabile.  

Sul versante alimentare sono molti gli alimenti che possono essere coinvolti nello scatenare i disturbi. 

Bisogna tenere sempre in grande considerazione il vissuto alimentare del paziente perché il paziente è il primo ad intuire quali siano gli alimenti che gli creano disturbi e possono essere molto differenti da individuo a individuo. Gli alimenti che più frequentemente sono responsabili dello scatenamento dei sintomi (anche se ognuno per motivi differenti) sono i seguenti: patate, legumi, carciofi, cavoli, broccoli, melanzane, mele, uva, pere, gelati, gomme americane e farine integrali.

Ma non basta escludere alcuni alimenti, bisogna imparare a mangiare lentamente e in poca quantità ogni volta perché la rapida distensione dello stomaco può determinare dei riflessi (cosiddetti gastro-colici, presenti in tutti i lattanti) che stimolano immediatamente l’evacuazione in un sottogruppo di pazienti con la sindrome dell’intestino irritabile.

L’alimentazione, inoltre, può condizionare la selezione del microbiota. In un futuro forse la conoscenza più precisa dei rapporti tra alimentazione, batteri intestinali e nutrigenomica aiuterà ad operare scelte alimentari più opportune non solo per combattere l’obesità ma anche per la prevenzione e il miglioramento di patologie come la sindrome dell’intestino irritabile, dove già la relazione tra alimenti e sintomi appare così evidente.

In conclusione, i dati della letteratura attribuiscono un ruolo sempre maggiore all’alimentazione come meccanismo fisiopatologico nella comparsa dei sintomi nei pazienti affetti da sindrome dell’intestino irritabile e di conseguenza come risorsa terapeutica. La conseguente attivazione di alcuni meccanismi infiammatori favorisce l’aumentata permeabilità della barriera intestinale che in questo modo ostacola gli abituali e necessari sistemi di tolleranza nei confronti delle molecole alimentari (in particolare delle proteine e dei FODMAP). 

BIBLIOGRAFIA

  1. Gibson P . The evidence base for efficacy of the low FODMAP diet in irritable bowel syndrome: is it ready for prime time as a first-line therapy? J Gastroenterol Hepatol 2017 Mar:32 Suppl 1:32-35.
  2. Monsbakken KW1, Vandvik PO, Farup PG Perceived food intolerance in subjects with irritable bowel syndrome– etiology, prevalence and consequences. Eur J Clin Nutr. 2006 May;60(5):667-72.
  3. Ong DK; Mitchell SB; Barrett JS; Shepherd SJ; Irving PM; Biesiekierski JR; Smith S; Gibson PR; Muir JG. Manipulation of dietary shortchain carbohydrates alters the pattern of gas production and genesis of symptoms in irritable bowel syndrome. J Gastroenterol Hepatol. 2010; Vol. 25 (8):1366-73
  4. Staudacher HM; Lomer MC; Anderson JL; Barrett JS; Muir JG; Irving PM; Whelan K. Fermentable carbohydrate restriction reducesluminal bifidobacteria and gastrointestinal symptoms in patients with irritable bowel syndrome. J Nutr. 2012; Vol. 142 (8):1510-8

CEFALEA E ALIMENTAZIONE 

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Le cefalee rappresentano un quadro clinico molto frequente e spesso invalidante. Si possono distinguere due tipi, quelle primarie che non hanno una causa riconoscibile e delle quali ci occuperemo, e quelle secondarie dove rappresentano un sintomo di una patologia ben definibile e la cui manifestazione è strettamente legata alla malattia che le determina. Secondo le stime più recenti del Global Burden of Disease Study le cefalee primarie rientrano tra i disturbi neurologici più diffusi in assoluto e si caratterizzano per essere condizioni altamente invalidanti, responsabili di circa il 5,5% della disabilità totale (circa l’8% tra i giovani adulti).

Tra le cefalee primarie si possono riconoscere prevalentemente due tipi, la cefalea muscolo-tensiva che rappresenta la forma più comune con una prevalenza superiore al 50% della popolazione generale e legata a situazioni locali anatomiche o parafisiologiche quali determinate posture che mantengono per molte ore la muscolatura del collo o della colonna cervicale o delle spalle in tensione oppure ad anomalie della masticazione, e l’emicrania (presente ne15% della popolazione) mediata da un meccanismo vascolare o neurogeno.

Esiste un rapporto tra la cefalea e l’alimentazione?

Frequentemente si assiste alla comparsa della cefalea in fase post-prandiale e spesso viene considerata  come responsabile un’eventuale allergia alimentare ma questo in pratica raramente è così. È utile ricordare che sebbene siano molti e differenti i cibi accusati di provocare cefalea (perché sono molte le sostanze contenute negli alimenti che possono provocare effetto cefalalgico) in realtà sono abbastanza rari i casi gravi. Tra le sostanze in grado di scatenare la cefalea si possono riconoscere alcune sostanze biologicamente attive come le amine e le metilxantine che non sono aggiunte ai cibi ma che vi sono contenute naturalmente o vengono liberate in circolo dopo la trasformazione digestiva di un alimento ad opera degli enzimi digestivi o del microbiota intestinale. Anche alcuni additivi possono dare origini alla cefalea ma soltanto nei soggetti ipersensibili.

Molte volte invece, il fattore responsabile non è una sostanza, bensì la modalità di assunzione di un alimento o di un pasto. Per esempio, mangiare molto velocemente o in condizioni di eccessivo caldo o eccessivo freddo oppure se si eseguono sport o sforzi fisici dopo mangiato sono condizioni che possono essere sufficiente per scatenare una cefalea post-prandiale in virtù delle modificazioni del flusso sanguigno a livello cerebrale determinate dal conflitto vasomotorio generato da queste varie circostanze che si presentano concomitantemente.

Se la comparsa del mal di testa, sia che si localizzi ad una sola zona della testa o ad una metà del volto (emicrania) o che sia diffuso, coincide con l’ingestione di alimenti è corretto parlare di un’ipersensibilità all’alimento. Questa ipersensibilità può corrispondere ad una intolleranza alimentare. Per fare un definitivo chiarimento, la cefalea come reazione avversa agli alimenti, non è da confondere con le allergie alimentari vere che sono, invece, riconducibili ad allergeni (sostanze di solito di natura proteica capaci di provocare una risposta immunitaria specifica dopo l’ingestione anche di quantità minime) appartenenti all’alimento e che possono provocare anche altri sintomi (lieve aumento del battito cardiaco, ansia, diminuzione della pressione arteriosa, eruzioni cutanee pruriginose, orticaria, fino allo shock anafilattico).

Il meccanismo che sostiene una cefalea di origine alimentare soprattutto quando questa è di natura emicranica, è rappresentato da un fenomeno di vasodilatazione che può essere seguito (o preceduto) anche da una vasocostrizione e quindi, la circolazione intracranica risente notevolmente di queste variazioni pressorie, reagendo con un dolore abbastanza resistente ai comuni farmaci analgesici. Questo tipo di effetto è riferibile alle amine bioattive (anche dette vasoattive) e che possiedono un’azione detta simil-farmacologica dato che questi sono gli stessi principi attivi che vengono utilizzati in molti farmaci. Inoltre, ci sono alimenti che già contengono queste sostanze e altri che, invece, le liberano dopo l’ingestione e la successiva digestione dell’alimento in questione. 

Queste sostanze ad attività simil farmacologica contenute negli alimenti (o liberate dopo l’ingestione) sono:

– Istamina: pesci, pomodori, uova (albume), fragole, crostacei, maiale, salumi, cavoli, vini, birra 

– Tiramina: formaggi fermentati e stagionati, estratto di lievito, conserve di pesce (sardine, aringhe, tonno) vini, birra, banane, semi di soia, nocciole, avocado, oli di semi vari 

– Caffeina: nelle bevande a base di caffè, e negli alimenti insaporiti all’aroma di caffè o nelle bevande energetiche 

– Teofillina: nelle bevande a base di tè

– Teobromina: nelle bevande e negli alimenti a base di cacao e cioccolato

– Glutammato monosodico: derivato dell’acido glutammico che si ritrova in alcuni alimenti in forma di sale sodico

– Solfiti: diossido di zolfo, acido solforoso, tutti i sali che possono liberare zolfo presenti negli alimenti e nei prodotti alimentari fermentati dai formaggi ai vini 

Il problema più evidente di questi disturbi è senza dubbio quello di individuare con precisione l’alimento implicato anche perché in un cibo vi possono essere più sostanze in grado di provocare reazioni avverse e, inoltre, una serie di fattori ambientali possono anche sovrapporsi. Dato che queste manifestazioni possono non apparire ben isolate e chiaramente specificabili, specie nell’adulto, questo percorso può diventare difficoltoso. Se la cefalea si ripresenta a intervalli di tempo molto ravvicinati nella stessa giornata e dura da qualche giorno, potrebbe essere utile verificare, per prima cosa, quali sono gli orari d’insorgenza e se questi hanno una relazione coi pasti. Un buon sistema per farlo e che può essere d’aiuto anche per orientare il proprio medico è compilare per qualche giorno un diario alimentare nel quale sono indicati i tipi di alimenti assunti, le quantità, gli orari dei pasti e la comparsa della cefalea o di altri eventuali disturbi. Prima di ricorrere a rimedi troppo drastici è sempre meglio pensarci: a volte, infatti, si rischia di eliminare del tutto intere categorie di alimenti che pure possiedono un certo valore nutrizionale (i formaggi e i derivati del latte o alcune carni o pesci).
Nel caso si riesca ad individuare l’alimento responsabile della cefalea è naturale che il primo provvedimento da adottare sia rappresentato dall’eliminazione dello stesso dalla dieta. Questo accorgimento però non deve essere considerato definitivo per due ragioni. La prima è che la cefalea, non rappresentando abitualmente un sintomo legato ad una allergia ma bensì ad una risposta di tipo intolleranza alimentare nei confronti di una sostanza contenuta in un determinato alimento, è un sintomo dose-dipendente. Questo significa che l’azione di ridurre la quantità dell’alimento ingerito potrebbe aiutare ad impedire la comparsa del sintomo, così come cambiare la marca di un prodotto perché la quantità della sostanza incriminata potrebbe essere differente. La seconda ragione è che talvolta può accadere che con la successiva assunzione ripetuta di uno stesso alimento a dosaggi inferiori si verifichi una sorta di desensibilizzazione che con il tempo può portare ad aumentare la capacità di tollerare meglio la sostanza responsabile della cefalea.

In conclusione, le cefalee primarie, sia che siano muscolo-tensive, ma soprattutto quelle che sono di natura emicranica, possono essere scatenate dagli alimenti per sostanze in essi contenute o per altre molecole che possono essere generate durante la digestione per azione degli enzimi digestivi o del microbiota intestinale. L’identificazione dell’alimento responsabile è il passo più importante nella prevenzione della cefalea legata all’alimentazione. A volte può essere sufficiente ridurre la quantità o la frequenza di assunzione dell’alimento responsabile per aumentare la capacità dell’individuo di tollerare la sostanza responsabile della cefalea.

Obesità e sovrappeso, la nuova pandemia

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Nel 2025 l’Italia, primo paese al mondo, ha riconosciuto l’obesità come una malattia cronica e progressiva, e non più un semplice fattore di rischio. Questa scelta è stata innovativa da un punto di vista culturale e coraggiosa da un punto di vista economico, visto l’impatto che tale decisione potrà avere sulle finanze del SSN. A questa decisione si è arrivati con una legge apposita in seguito alle evidenze scientifiche che hanno ampiamente definito le origini multifattoriali di questa malattia e l’impatto sullo stato di salute delle persone e della collettività veramente devastante. I dati epidemiologici in continua crescita dell’obesità e del sovrappeso, in particolare in età infantile, richiedono interventi non solo sanitari ma anche culturali. L’Italia non è certo il paese che sta peggio, dal momento che la prevalenza dell’obesità (BMI maggiore di 30) si aggira intorno al 12% rispetto agli USA dove supera il 40%, ma se aggiungiamo i valori del sovrappeso (BMI compreso tra 25 e 30) che rappresentano il 35% della popolazione possiamo concludere che quasi la metà della popolazione ha un eccesso ponderale, con un trend in aumento soprattutto tra i giovani. L’esigenza di affrontare l’obesità come una malattia nasce proprio dal fatto che l’epidemia di obesità e delle malattie ad essa correlate (diabete, malattie cardiovascolari, tumori, ecc.) che sta coinvolgendo i paesi sviluppati rappresenta il principale problema sanitario e la sfida più importante delle istituzioni sanitarie nazionali. Scegliere la giusta strategia per ridurre questa tendenza dannosa può essere complicato e spesso vengono intraprese iniziative solo apparentemente di successo (come penalizzare gli alimenti ricchi di zuccheri e grassi) che però, laddove tali misure sono state applicate, non hanno ottenuto risultati incoraggianti. Gli alimenti sono composti da molti nutrienti e puntare solo sulla riduzione di quelli con elevata presenza di grassi, ad esempio, porterebbe alla demonizzazione dell’olio d’oliva privando il consumatore dell’immenso tesoro di polifenoli e antiossidanti in esso contenuto. È ormai chiaro dalla letteratura scientifica internazionale che l’unica strategia efficace per diminuire il rischio di malattie non trasmissibili è quella dell’educazione a un sano stile di vita e di alimentazione, ed è stato dimostrato che il modello della dieta mediterranea (Patrimonio immateriale dell’UNESCO dal 2010) è il più efficace non solo per favorire la prevenzione delle malattie ma anche per migliorare la qualità della vita. La dieta mediterranea, molto più che essere una dieta, rappresenta uno stile di vita sano e piacevole che rispetta le tradizioni culturali e la convivialità di una società.

L’origine dell’obesità è multifattoriale e non riguarda esclusivamente lo stile di vita ma anche altri aspetti come quelli genetici, metabolici, farmacologici, ambientali, psicologici, sociali e altri meno noti ma di enorme importanza come, per esempio, la composizione del microbiota intestinale. 

Il paziente obeso presenta alcune caratteristiche che permettono di disegnare un profilo piuttosto ben definito. Abitualmente è portatore di un assetto genetico e metabolico che gli permette di ottimizzare le risorse energetiche risparmiando le calorie ingerite. Questa capacità migliora facendo diete ripetute e di conseguenze gli è sempre più difficile riuscire a dimagrire. Il suo apporto calorico è superiore al dispendio, la scelta alimentare trascura la qualità salutistica, le modalità di assunzione del cibo sono spesso scorrette e svolge attività fisica molto scarsa. Ognuna di queste caratteristiche ha un ruolo molto importante sia nel determinare l’aumento del peso che, indipendentemente da questo fatto, nel favorire la comparsa di malattie e disturbi. È molto importante capire che l’aumento del peso corporeo rappresenta un fattore di rischio importante per la comparsa di numerose patologie sia per l’effetto meccanico che per l’effetto chimico-metabolico del tessuto adiposo dal momento che quest’ultimo è in grado di produrre un’elevata quantità di sostanze biologicamente attive. È però altrettanto importante comprendere che l’individuo obeso tende ad assumere alimenti che con maggior frequenza contengono sostanze poco salutari o addirittura dannose sia per il tipo di alimento ingerito che per il tipo di cottura alla quale tale alimento è stato sottoposto.  

La genetica è un parametro sul quale non è possibile intervenire, ma è importante conoscere il suo ruolo per adattare e gestire al meglio i comportamenti correttivi. A questo proposito, è noto che le donne dimagriscono con maggiore fatica rispetto agli uomini. E anche in palestra ottengono risultati inferiori. I motivi di questa disparità sono ormai noti: le donne hanno un metabolismo più lento degli uomini e un profilo ormonale che non consente loro di rispondere adeguatamente all’allenamento e di smaltire il grasso in eccesso.

È necessario sottolineare un’importante considerazione: il grasso femminile, con la sua tipica distribuzione mammaria, sottocutanea e sui fianchi non è collegata ad un aumentato rischio cardiovascolare e metabolico a differenza di quanto accade con il grasso viscerale maschile localizzato prevalentemente in addome. Pertanto, il grasso femminile, se pur più abbondante e difficile da smaltire, è meno pericoloso di quello maschile. Fin dalla comparsa della nostra specie sulla Terra, la donna ha avuto più grasso corporeo rispetto all’uomo. Il motivo è semplice e presto detto: per via del suo ruolo fondamentale nella riproduzione del genere umano, l’evoluzione l’ha resa più resistente alla perdita di grasso, per evitare di arrecare danno alla salute e alla sopravvivenza del feto. Gli ormoni femminili tendono a preservare maggiormente il tessuto adiposo al fine di tutelare maggiormente colei che è più importante, rispetto all’uomo, nel garantire il mantenimento della specie attraverso l’abbondanza di riserve energetiche per far fronte a gravidanza e allattamento. Nella fase menopausale si assiste ad uno squilibrio ormonale che va ad incidere anche sul metabolismo rallentandolo e favorendo a sua volta l’aumento di peso. In questo caso, la distribuzione del tessuto adiposo assomiglia di più a quello maschile (viscerale) proprio perché non più condizionato dagli estrogeni.

Le tendenze e le mode alimentari degli ultimi anni associate ad un poco salutare stile di vita (poca attività fisica, mancata aderenza alla dieta mediterranea ed eccesso di quantità alimentari) hanno portato ad una aumentata prevalenza di obesità e sovrappeso e delle patologie correlate. Appare dunque evidente quanto sia importante studiare delle strategie volte a migliorare le scelte alimentari non solo per la salute dell’uomo ma anche del pianeta. Inoltre, i prossimi decenni obbligheranno il mondo ad affrontare una crescente domanda di cibo, in virtù dell’aumento progressivo delle popolazioni; al tempo stesso, sarà necessario iniziare a valutare seriamente delle misure di salvaguardia del pianeta. Semplificando, è indispensabile: 1) razionalizzare le risorse, 2) ridurre gli sprechi, 3) scegliere un rapporto etico di tutela nei confronti di tutti gli abitanti della Terra, uomini o animali che siano.

Ecco alcune regole che dovrebbero essere adottate in termini di stile di vita per migliorare il peso corporeo:

  1. La prima regola deve essere quella di capire che la riduzione del peso, per essere definita “dimagramento” deve essere rappresentata nella sua gran parte da una perdita di massa grassa e poco o nulla dalla perdita della massa magra, rappresentata dagli organi nobili (fegato, rene, cervello, ossa e muscoli). Quindi, dovremmo cercare di non dare troppo “peso” a quello che indica la bilancia, se non sappiamo che cosa perdiamo quando caliamo di peso. Siccome le rapide riduzioni di peso portano con sé una perdita di massa magra, si capisce perché i nutrizionisti più saggi che non hanno bisogno di “sorprendere” i propri pazienti con effetti speciali sconsigliano di perdere più di tre o quattro chili al mese.
  2. La dieta o il metodo che si sceglie per dimagrire deve tener conto che il nostro organismo continua ad aver bisogno di nutrirsi e svolgere le proprie funzioni vitali indipendentemente dalla necessità di andare in vacanza al mare. Pertanto, è necessario garantirgli l’arrivo della quota di zuccheri, grassi e proteine volta a garantire le funzioni essenziali. Le diete devono essere personalizzate, indipendentemente dal fatto se parliamo di uomini e donne. È necessario che il medico consideri la persona che si mette a dieta a 360°, valutando non solo il fabbisogno calorico e il dispendio energetico, ma anche le sue abitudini di vita, il suo lavoro, le esigenze famigliari, i gusti personali e la sua attività fisica. Molto importante anche considerare l’età, perché per esempio durante la menopausa può essere importante inserire la soia per apportare una quota di fitoestrogeni utile a far fronte alle carenze ormonali.
  3. Con la dieta non si apportano solo i già citati zuccheri, grassi e proteine ma un’infinità di sostanze (nutrienti e non) che si è scoperto essere fondamentali per il mantenimento dello stato di salute e la prevenzione delle malattie (antiossidanti, polifenoli, vitamine, oligoelementi e altre molecole bioattive). Quindi bisognerebbe guardare oltre il termine “iperproteica” al quale si accosta la maggior parte delle diete dimagranti.
  4. Se si deve dimagrire perché si è arrivati a una mala-educazione alimentare, che ha portato al sovrappeso, non si può pensare di fare una dieta a scadenza. Come in altri ordini educativi, non c’è una fine al comportarsi bene (o per caso qualcuno insegna ai propri figli di non tirare le cartacce per terra fino ai quindici anni per poi dirgli che dai sedici anni è permesso?). Si può modificare una dieta una volta raggiunto un traguardo, modulandola secondo le varie esigenze individuali, ma ritornare alle abitudini di partenza che avevano portato al sovrappeso vuol dire aver fallito.
  5. Evitare i digiuni è un punto cruciale. Lo stress metabolico che il digiuno provoca non fa certo bene all’organismo obbligato a fare i salti mortali per racimolare molecole di glucosio “cannibalizzando” i propri muscoli e creando uno stato di chetosi (un tempo si temeva l’acetone dei bambini, e il coma chetoacidotico è una grave complicanza del diabete mentre adesso lo stato di chetosi è quasi diventato una condizione irrinunciabile per alcune diete). La dieta mima-digiuno, oggi molto di moda, nasce come strategia per il rinnovo cellulare nell’ottica del favorire la longevità e non del perdere peso. 
  6. Mangiare di tutto (eccezion fatta per allergie o intolleranze alimentari e per malattie specifiche come diabete celiachia, insufficienza renale o epatica) in quantità modulabile secondo il singolo individuo con le sue esigenze organizzative, sociali e psicologiche è dunque il modello ideale per una dieta dimagrante salutare. Ma le proporzioni fanno la differenza in termini di salute. E pertanto bisogna rifarsi allo schema della piramide alimentare ispirata alla dieta mediterranea, forse unico modello avvallato da documentazione scientifica seria e autorevole.
  7. Non è solo importante cosa si mangia ma come si mangia se si vuole dimagrire in salute. È, infatti, importante frazionare i pasti e mangiare lentamente. Questo facilita la digestione e agevola la stimolazione del centro della sazietà.
  8. Infine, la sola dieta non è mai uno strumento sufficiente per dimagrire in salute. È opportuno, per non dire doveroso, laddove non ci siano reali impedimenti abbinare una dieta alimentare corretta a un programma ragionevole, personalizzato e realizzabile di attività fisica. L’esercizio fisico (che non deve essere necessariamente esagerato) infatti, non solo aumenta il dispendio energetico, ma stimola alcuni meccanismi cellulari che portano ad un maggiore metabolismo cellulare.
  9. I recenti farmaci (incretine) introdotti per il trattamento del diabete e dell’obesità rappresentano un’arma innovativa e molto importante nell’arsenale terapeutico del medico. Sono farmaci molto efficaci e nella maggior parte dei casi molto ben tollerati. Rimangono però sempre dei farmaci che devono essere gestiti dal medico con prudenza e con le corrette indicazioni che sono state ben definite, sapendo bene che l’interruzione del farmaco senza aver introdotto un corretto stile di vita porterà inevitabilmente ad un recupero del peso perso come già confermato da numerosi studi. Anche la chirurgia bariatrica costituisce uno strumento terapeutico importante purché vengano rispettati i corretti criteri di indicazione e controindicazione stabiliti.

L’EVOLUZIONE NEL PIATTO

Non è solo cibo: come l’innovazione tecnologica entra nella nostra cucina ogni giorno

Sentiamo ogni giorno parlare di “tecnologia”, ma a quale pensiero lo associamo?

Spesso releghiamo l’idea di “tecnologia” agli schermi dei nostri smartphone o alla potenza dei computer. Eppure, la tecnologia non è solo un software astratto; è anche la mano invisibile che ha trasformato il nostro modo di nutrirci. In cucina, non si tratta di sostituire la natura con qualcosa di artificiale, ma di perfezionare gesti millenari attraverso l’ingegno: dalla precisione millimetrica delle cotture moderne alla conservazione che ferma il tempo. La verità è che una delle forme più affascinanti di ingegneria umana non si tiene in tasca, ma si vive ogni giorno a tavola, dove l’innovazione si mette al servizio del sapore.

La tecnologia alimentare non è più solo una questione di linee produttive artigianali e industriali; è un ecosistema invisibile che, entrando in ogni casa, garantisce la sicurezza di ciò che mangiamo, riduce l’impatto ambientale del sistema cibo e personalizza la nostra nutrizione come mai prima d’ora, contribuendo ad aumentare la qualità della vita, facilitando i processi produttivi domestici ed aiutando letteralmente ogni giorno nelle pratiche culinarie.

1. Dal campo allo smartphone: la tracciabilità 4.0

Il primo impatto della tecnologia alimentare quotidiana avviene ben prima del consumo. La trasparenza è diventata la priorità del consumatore moderno. Grazie alla Blockchain, oggi è possibile scansionare un codice QR su una bottiglia di olio o una confezione di carne per conoscere l’intera storia del prodotto: dal lotto di origine alle analisi di laboratorio, fino alle date di trasporto. Questo “passaporto digitale” non serve solo a rassicurare ed a far conoscere in modo trasparente la storia del prodotto, ma è un baluardo fondamentale per la sicurezza alimentare, garantendo la possibilità di effettuare richiami mirati e istantanei in caso di anomalie.

2. Smart packaging: l’involucro che “parla”

Il packaging sta vivendo una metamorfosi radicale. Non è più un semplice contenitore, ma un dispositivo attivo che comunica e informa. Lo Smart Packaging include sensori che cambiano colore se la catena del freddo è stata interrotta o se l’alimento al suo interno sta iniziando a deperire. Le tecnologie di Atmosfera Protettiva (MAP), che sostituiscono l’ossigeno con miscele di gas inerti, permettono di mantenere la freschezza di insalate e carni per giorni senza l’uso di conservanti chimici aggressivi, riducendo drasticamente lo spreco domestico.

3. La scienza in cucina: innovazioni di preparazione e nutrizionali

Nelle nostre case, elettrodomestici intelligenti stanno cambiando il modo di preparare il cibo. La tecnologia della cottura sottovuoto (sous-vide), permette di preservare vitamine e sali minerali che andrebbero persi con cotture tradizionali; modalità di preparazione alimentari un tempo esclusive dei ristoranti stellati, diventano ora accessibili a tutti, sebbene certamente la miniaturizzazione di operazioni culinarie tecnologiche sia ancora, per alcune procedure preparatorie, un investimento economico importante.

Gli abbattitori di temperatura, una volta appannaggio della sola industria, sono oggi strumenti disponibili per l’utilizzo domestico, così come trituratori, miscelatori o forni a vapore combinati.

Ma l’innovazione riguarda anche la sostanza stessa di ciò che mangiamo. I Functional Foods (alimenti funzionali) sono prodotti formulati per offrire benefici che vanno oltre la nutrizione di base: yogurt arricchiti con steroli vegetali per far fronte a problematiche legate ad alti valori di colesterolo o bevande fermentate come il kefir, potenziate per il benessere del microbiota intestinale.

4. Sostenibilità e nuove frontiere: i “novel foods”

La tecnologia alimentare è la risposta alla sfida di nutrire una popolazione mondiale in crescita senza distruggere il pianeta. Entro il 2030-2060, vedremo un’integrazione massiccia dei cosiddetti Novel Foods. La tecnologia sta riscrivendo le regole delle fonti alimentari: alimenti ottenuti da funghi e microalghe attraverso tecniche di fermentazione precisa e mirata, come pure la scalabilità a favore di alimenti tradizionali da sempre consumati, finalizzata al loro ingresso nel repertorio alimentare non solo di nicchia, sono solo esempi che caratterizzeranno scenari di consumo futuri. Questi processi consentono un risparmio di suolo e dell’acqua necessari per la produzione, rendendo la nostra dieta quotidiana potenzialmente più etica e sostenibile.

5. Lotta allo Spreco e App Antispreco

La tecnologia quotidiana è anche un’arma contro lo spreco alimentare. Applicazioni diverse utilizzano la geolocalizzazione per connettere i cittadini con i negozi che hanno eccedenze a fine giornata. Parallelamente, piattaforme di Food Service ottimizzano i percorsi di consegna per ridurre le emissioni di CO2, integrando l’intelligenza artificiale per prevedere i picchi di domanda e minimizzare gli avanzi nei laboratori di produzione e nelle cucine.

6. Nutrizione Personalizzata e Wearables

Il futuro della tecnologia alimentare quotidiana è nell’integrazione con la salute digitale. Già oggi, app di nutrizione dialogano con i nostri smartwatch per suggerire cosa mangiare in base all’attività fisica svolta. In un futuro prossimo, la nutrigenetica permetterà di elaborare piani alimentari basati sul nostro DNA, grazie a test domestici rapidi e analisi dei dati, trasformando il cibo in una medicina preventiva su misura.

La tecnologia alimentare, che a volte viene percepita con diffidenza, non è una minaccia alla tradizione, ma un suo potenziamento: ci permette di riscoprire la qualità, di garantire l’integrità dei sapori e di proteggere la nostra salute e l’ambiente.

Ogni volta che apriamo il frigorifero, cuociamo nella pentola a pressione o nel forno a microonde oppure scansioniamo il codice a barre di un’etichetta con un’app, stiamo interagendo con decenni di ricerca scientifica volta a rendere l’atto più naturale del mondo — mangiare — un’azione sicura, consapevole e proiettata verso il futuro.

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