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Obesità e sovrappeso, la nuova pandemia

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Nel 2025 l’Italia, primo paese al mondo, ha riconosciuto l’obesità come una malattia cronica e progressiva, e non più un semplice fattore di rischio. Questa scelta è stata innovativa da un punto di vista culturale e coraggiosa da un punto di vista economico, visto l’impatto che tale decisione potrà avere sulle finanze del SSN. A questa decisione si è arrivati con una legge apposita in seguito alle evidenze scientifiche che hanno ampiamente definito le origini multifattoriali di questa malattia e l’impatto sullo stato di salute delle persone e della collettività veramente devastante. I dati epidemiologici in continua crescita dell’obesità e del sovrappeso, in particolare in età infantile, richiedono interventi non solo sanitari ma anche culturali. L’Italia non è certo il paese che sta peggio, dal momento che la prevalenza dell’obesità (BMI maggiore di 30) si aggira intorno al 12% rispetto agli USA dove supera il 40%, ma se aggiungiamo i valori del sovrappeso (BMI compreso tra 25 e 30) che rappresentano il 35% della popolazione possiamo concludere che quasi la metà della popolazione ha un eccesso ponderale, con un trend in aumento soprattutto tra i giovani. L’esigenza di affrontare l’obesità come una malattia nasce proprio dal fatto che l’epidemia di obesità e delle malattie ad essa correlate (diabete, malattie cardiovascolari, tumori, ecc.) che sta coinvolgendo i paesi sviluppati rappresenta il principale problema sanitario e la sfida più importante delle istituzioni sanitarie nazionali. Scegliere la giusta strategia per ridurre questa tendenza dannosa può essere complicato e spesso vengono intraprese iniziative solo apparentemente di successo (come penalizzare gli alimenti ricchi di zuccheri e grassi) che però, laddove tali misure sono state applicate, non hanno ottenuto risultati incoraggianti. Gli alimenti sono composti da molti nutrienti e puntare solo sulla riduzione di quelli con elevata presenza di grassi, ad esempio, porterebbe alla demonizzazione dell’olio d’oliva privando il consumatore dell’immenso tesoro di polifenoli e antiossidanti in esso contenuto. È ormai chiaro dalla letteratura scientifica internazionale che l’unica strategia efficace per diminuire il rischio di malattie non trasmissibili è quella dell’educazione a un sano stile di vita e di alimentazione, ed è stato dimostrato che il modello della dieta mediterranea (Patrimonio immateriale dell’UNESCO dal 2010) è il più efficace non solo per favorire la prevenzione delle malattie ma anche per migliorare la qualità della vita. La dieta mediterranea, molto più che essere una dieta, rappresenta uno stile di vita sano e piacevole che rispetta le tradizioni culturali e la convivialità di una società.

L’origine dell’obesità è multifattoriale e non riguarda esclusivamente lo stile di vita ma anche altri aspetti come quelli genetici, metabolici, farmacologici, ambientali, psicologici, sociali e altri meno noti ma di enorme importanza come, per esempio, la composizione del microbiota intestinale. 

Il paziente obeso presenta alcune caratteristiche che permettono di disegnare un profilo piuttosto ben definito. Abitualmente è portatore di un assetto genetico e metabolico che gli permette di ottimizzare le risorse energetiche risparmiando le calorie ingerite. Questa capacità migliora facendo diete ripetute e di conseguenze gli è sempre più difficile riuscire a dimagrire. Il suo apporto calorico è superiore al dispendio, la scelta alimentare trascura la qualità salutistica, le modalità di assunzione del cibo sono spesso scorrette e svolge attività fisica molto scarsa. Ognuna di queste caratteristiche ha un ruolo molto importante sia nel determinare l’aumento del peso che, indipendentemente da questo fatto, nel favorire la comparsa di malattie e disturbi. È molto importante capire che l’aumento del peso corporeo rappresenta un fattore di rischio importante per la comparsa di numerose patologie sia per l’effetto meccanico che per l’effetto chimico-metabolico del tessuto adiposo dal momento che quest’ultimo è in grado di produrre un’elevata quantità di sostanze biologicamente attive. È però altrettanto importante comprendere che l’individuo obeso tende ad assumere alimenti che con maggior frequenza contengono sostanze poco salutari o addirittura dannose sia per il tipo di alimento ingerito che per il tipo di cottura alla quale tale alimento è stato sottoposto.  

La genetica è un parametro sul quale non è possibile intervenire, ma è importante conoscere il suo ruolo per adattare e gestire al meglio i comportamenti correttivi. A questo proposito, è noto che le donne dimagriscono con maggiore fatica rispetto agli uomini. E anche in palestra ottengono risultati inferiori. I motivi di questa disparità sono ormai noti: le donne hanno un metabolismo più lento degli uomini e un profilo ormonale che non consente loro di rispondere adeguatamente all’allenamento e di smaltire il grasso in eccesso.

È necessario sottolineare un’importante considerazione: il grasso femminile, con la sua tipica distribuzione mammaria, sottocutanea e sui fianchi non è collegata ad un aumentato rischio cardiovascolare e metabolico a differenza di quanto accade con il grasso viscerale maschile localizzato prevalentemente in addome. Pertanto, il grasso femminile, se pur più abbondante e difficile da smaltire, è meno pericoloso di quello maschile. Fin dalla comparsa della nostra specie sulla Terra, la donna ha avuto più grasso corporeo rispetto all’uomo. Il motivo è semplice e presto detto: per via del suo ruolo fondamentale nella riproduzione del genere umano, l’evoluzione l’ha resa più resistente alla perdita di grasso, per evitare di arrecare danno alla salute e alla sopravvivenza del feto. Gli ormoni femminili tendono a preservare maggiormente il tessuto adiposo al fine di tutelare maggiormente colei che è più importante, rispetto all’uomo, nel garantire il mantenimento della specie attraverso l’abbondanza di riserve energetiche per far fronte a gravidanza e allattamento. Nella fase menopausale si assiste ad uno squilibrio ormonale che va ad incidere anche sul metabolismo rallentandolo e favorendo a sua volta l’aumento di peso. In questo caso, la distribuzione del tessuto adiposo assomiglia di più a quello maschile (viscerale) proprio perché non più condizionato dagli estrogeni.

Le tendenze e le mode alimentari degli ultimi anni associate ad un poco salutare stile di vita (poca attività fisica, mancata aderenza alla dieta mediterranea ed eccesso di quantità alimentari) hanno portato ad una aumentata prevalenza di obesità e sovrappeso e delle patologie correlate. Appare dunque evidente quanto sia importante studiare delle strategie volte a migliorare le scelte alimentari non solo per la salute dell’uomo ma anche del pianeta. Inoltre, i prossimi decenni obbligheranno il mondo ad affrontare una crescente domanda di cibo, in virtù dell’aumento progressivo delle popolazioni; al tempo stesso, sarà necessario iniziare a valutare seriamente delle misure di salvaguardia del pianeta. Semplificando, è indispensabile: 1) razionalizzare le risorse, 2) ridurre gli sprechi, 3) scegliere un rapporto etico di tutela nei confronti di tutti gli abitanti della Terra, uomini o animali che siano.

Ecco alcune regole che dovrebbero essere adottate in termini di stile di vita per migliorare il peso corporeo:

  1. La prima regola deve essere quella di capire che la riduzione del peso, per essere definita “dimagramento” deve essere rappresentata nella sua gran parte da una perdita di massa grassa e poco o nulla dalla perdita della massa magra, rappresentata dagli organi nobili (fegato, rene, cervello, ossa e muscoli). Quindi, dovremmo cercare di non dare troppo “peso” a quello che indica la bilancia, se non sappiamo che cosa perdiamo quando caliamo di peso. Siccome le rapide riduzioni di peso portano con sé una perdita di massa magra, si capisce perché i nutrizionisti più saggi che non hanno bisogno di “sorprendere” i propri pazienti con effetti speciali sconsigliano di perdere più di tre o quattro chili al mese.
  2. La dieta o il metodo che si sceglie per dimagrire deve tener conto che il nostro organismo continua ad aver bisogno di nutrirsi e svolgere le proprie funzioni vitali indipendentemente dalla necessità di andare in vacanza al mare. Pertanto, è necessario garantirgli l’arrivo della quota di zuccheri, grassi e proteine volta a garantire le funzioni essenziali. Le diete devono essere personalizzate, indipendentemente dal fatto se parliamo di uomini e donne. È necessario che il medico consideri la persona che si mette a dieta a 360°, valutando non solo il fabbisogno calorico e il dispendio energetico, ma anche le sue abitudini di vita, il suo lavoro, le esigenze famigliari, i gusti personali e la sua attività fisica. Molto importante anche considerare l’età, perché per esempio durante la menopausa può essere importante inserire la soia per apportare una quota di fitoestrogeni utile a far fronte alle carenze ormonali.
  3. Con la dieta non si apportano solo i già citati zuccheri, grassi e proteine ma un’infinità di sostanze (nutrienti e non) che si è scoperto essere fondamentali per il mantenimento dello stato di salute e la prevenzione delle malattie (antiossidanti, polifenoli, vitamine, oligoelementi e altre molecole bioattive). Quindi bisognerebbe guardare oltre il termine “iperproteica” al quale si accosta la maggior parte delle diete dimagranti.
  4. Se si deve dimagrire perché si è arrivati a una mala-educazione alimentare, che ha portato al sovrappeso, non si può pensare di fare una dieta a scadenza. Come in altri ordini educativi, non c’è una fine al comportarsi bene (o per caso qualcuno insegna ai propri figli di non tirare le cartacce per terra fino ai quindici anni per poi dirgli che dai sedici anni è permesso?). Si può modificare una dieta una volta raggiunto un traguardo, modulandola secondo le varie esigenze individuali, ma ritornare alle abitudini di partenza che avevano portato al sovrappeso vuol dire aver fallito.
  5. Evitare i digiuni è un punto cruciale. Lo stress metabolico che il digiuno provoca non fa certo bene all’organismo obbligato a fare i salti mortali per racimolare molecole di glucosio “cannibalizzando” i propri muscoli e creando uno stato di chetosi (un tempo si temeva l’acetone dei bambini, e il coma chetoacidotico è una grave complicanza del diabete mentre adesso lo stato di chetosi è quasi diventato una condizione irrinunciabile per alcune diete). La dieta mima-digiuno, oggi molto di moda, nasce come strategia per il rinnovo cellulare nell’ottica del favorire la longevità e non del perdere peso. 
  6. Mangiare di tutto (eccezion fatta per allergie o intolleranze alimentari e per malattie specifiche come diabete celiachia, insufficienza renale o epatica) in quantità modulabile secondo il singolo individuo con le sue esigenze organizzative, sociali e psicologiche è dunque il modello ideale per una dieta dimagrante salutare. Ma le proporzioni fanno la differenza in termini di salute. E pertanto bisogna rifarsi allo schema della piramide alimentare ispirata alla dieta mediterranea, forse unico modello avvallato da documentazione scientifica seria e autorevole.
  7. Non è solo importante cosa si mangia ma come si mangia se si vuole dimagrire in salute. È, infatti, importante frazionare i pasti e mangiare lentamente. Questo facilita la digestione e agevola la stimolazione del centro della sazietà.
  8. Infine, la sola dieta non è mai uno strumento sufficiente per dimagrire in salute. È opportuno, per non dire doveroso, laddove non ci siano reali impedimenti abbinare una dieta alimentare corretta a un programma ragionevole, personalizzato e realizzabile di attività fisica. L’esercizio fisico (che non deve essere necessariamente esagerato) infatti, non solo aumenta il dispendio energetico, ma stimola alcuni meccanismi cellulari che portano ad un maggiore metabolismo cellulare.
  9. I recenti farmaci (incretine) introdotti per il trattamento del diabete e dell’obesità rappresentano un’arma innovativa e molto importante nell’arsenale terapeutico del medico. Sono farmaci molto efficaci e nella maggior parte dei casi molto ben tollerati. Rimangono però sempre dei farmaci che devono essere gestiti dal medico con prudenza e con le corrette indicazioni che sono state ben definite, sapendo bene che l’interruzione del farmaco senza aver introdotto un corretto stile di vita porterà inevitabilmente ad un recupero del peso perso come già confermato da numerosi studi. Anche la chirurgia bariatrica costituisce uno strumento terapeutico importante purché vengano rispettati i corretti criteri di indicazione e controindicazione stabiliti.

L’EVOLUZIONE NEL PIATTO

Non è solo cibo: come l’innovazione tecnologica entra nella nostra cucina ogni giorno

Sentiamo ogni giorno parlare di “tecnologia”, ma a quale pensiero lo associamo?

Spesso releghiamo l’idea di “tecnologia” agli schermi dei nostri smartphone o alla potenza dei computer. Eppure, la tecnologia non è solo un software astratto; è anche la mano invisibile che ha trasformato il nostro modo di nutrirci. In cucina, non si tratta di sostituire la natura con qualcosa di artificiale, ma di perfezionare gesti millenari attraverso l’ingegno: dalla precisione millimetrica delle cotture moderne alla conservazione che ferma il tempo. La verità è che una delle forme più affascinanti di ingegneria umana non si tiene in tasca, ma si vive ogni giorno a tavola, dove l’innovazione si mette al servizio del sapore.

La tecnologia alimentare non è più solo una questione di linee produttive artigianali e industriali; è un ecosistema invisibile che, entrando in ogni casa, garantisce la sicurezza di ciò che mangiamo, riduce l’impatto ambientale del sistema cibo e personalizza la nostra nutrizione come mai prima d’ora, contribuendo ad aumentare la qualità della vita, facilitando i processi produttivi domestici ed aiutando letteralmente ogni giorno nelle pratiche culinarie.

1. Dal campo allo smartphone: la tracciabilità 4.0

Il primo impatto della tecnologia alimentare quotidiana avviene ben prima del consumo. La trasparenza è diventata la priorità del consumatore moderno. Grazie alla Blockchain, oggi è possibile scansionare un codice QR su una bottiglia di olio o una confezione di carne per conoscere l’intera storia del prodotto: dal lotto di origine alle analisi di laboratorio, fino alle date di trasporto. Questo “passaporto digitale” non serve solo a rassicurare ed a far conoscere in modo trasparente la storia del prodotto, ma è un baluardo fondamentale per la sicurezza alimentare, garantendo la possibilità di effettuare richiami mirati e istantanei in caso di anomalie.

2. Smart packaging: l’involucro che “parla”

Il packaging sta vivendo una metamorfosi radicale. Non è più un semplice contenitore, ma un dispositivo attivo che comunica e informa. Lo Smart Packaging include sensori che cambiano colore se la catena del freddo è stata interrotta o se l’alimento al suo interno sta iniziando a deperire. Le tecnologie di Atmosfera Protettiva (MAP), che sostituiscono l’ossigeno con miscele di gas inerti, permettono di mantenere la freschezza di insalate e carni per giorni senza l’uso di conservanti chimici aggressivi, riducendo drasticamente lo spreco domestico.

3. La scienza in cucina: innovazioni di preparazione e nutrizionali

Nelle nostre case, elettrodomestici intelligenti stanno cambiando il modo di preparare il cibo. La tecnologia della cottura sottovuoto (sous-vide), permette di preservare vitamine e sali minerali che andrebbero persi con cotture tradizionali; modalità di preparazione alimentari un tempo esclusive dei ristoranti stellati, diventano ora accessibili a tutti, sebbene certamente la miniaturizzazione di operazioni culinarie tecnologiche sia ancora, per alcune procedure preparatorie, un investimento economico importante.

Gli abbattitori di temperatura, una volta appannaggio della sola industria, sono oggi strumenti disponibili per l’utilizzo domestico, così come trituratori, miscelatori o forni a vapore combinati.

Ma l’innovazione riguarda anche la sostanza stessa di ciò che mangiamo. I Functional Foods (alimenti funzionali) sono prodotti formulati per offrire benefici che vanno oltre la nutrizione di base: yogurt arricchiti con steroli vegetali per far fronte a problematiche legate ad alti valori di colesterolo o bevande fermentate come il kefir, potenziate per il benessere del microbiota intestinale.

4. Sostenibilità e nuove frontiere: i “novel foods”

La tecnologia alimentare è la risposta alla sfida di nutrire una popolazione mondiale in crescita senza distruggere il pianeta. Entro il 2030-2060, vedremo un’integrazione massiccia dei cosiddetti Novel Foods. La tecnologia sta riscrivendo le regole delle fonti alimentari: alimenti ottenuti da funghi e microalghe attraverso tecniche di fermentazione precisa e mirata, come pure la scalabilità a favore di alimenti tradizionali da sempre consumati, finalizzata al loro ingresso nel repertorio alimentare non solo di nicchia, sono solo esempi che caratterizzeranno scenari di consumo futuri. Questi processi consentono un risparmio di suolo e dell’acqua necessari per la produzione, rendendo la nostra dieta quotidiana potenzialmente più etica e sostenibile.

5. Lotta allo Spreco e App Antispreco

La tecnologia quotidiana è anche un’arma contro lo spreco alimentare. Applicazioni diverse utilizzano la geolocalizzazione per connettere i cittadini con i negozi che hanno eccedenze a fine giornata. Parallelamente, piattaforme di Food Service ottimizzano i percorsi di consegna per ridurre le emissioni di CO2, integrando l’intelligenza artificiale per prevedere i picchi di domanda e minimizzare gli avanzi nei laboratori di produzione e nelle cucine.

6. Nutrizione Personalizzata e Wearables

Il futuro della tecnologia alimentare quotidiana è nell’integrazione con la salute digitale. Già oggi, app di nutrizione dialogano con i nostri smartwatch per suggerire cosa mangiare in base all’attività fisica svolta. In un futuro prossimo, la nutrigenetica permetterà di elaborare piani alimentari basati sul nostro DNA, grazie a test domestici rapidi e analisi dei dati, trasformando il cibo in una medicina preventiva su misura.

La tecnologia alimentare, che a volte viene percepita con diffidenza, non è una minaccia alla tradizione, ma un suo potenziamento: ci permette di riscoprire la qualità, di garantire l’integrità dei sapori e di proteggere la nostra salute e l’ambiente.

Ogni volta che apriamo il frigorifero, cuociamo nella pentola a pressione o nel forno a microonde oppure scansioniamo il codice a barre di un’etichetta con un’app, stiamo interagendo con decenni di ricerca scientifica volta a rendere l’atto più naturale del mondo — mangiare — un’azione sicura, consapevole e proiettata verso il futuro.

OTAN

Dieta personalizzata versus dieta universale 

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Negli ultimi anni si è cercato di trovare un modello di alimentazione generale da applicare a tutta la popolazione mondiale in modo da definire delle indicazioni comuni per garantire uno stato di salute a tutta la popolazione mondiale e per far fronte alla più grande epidemia responsabile direttamente o indirettamente della maggior parte delle patologie del mondo occidentale, ovvero l’obesità.

A questo scopo, qualche anno fa un importante report della commissione EAT Lancet suggeriva un progetto di dieta universale prendendo come riferimento la dieta mediterranea (come sottolineato dallo stesso Prof Willet primo ricercatore di questa commissione) cercando di darle una veste di universalità per adattarla a tutti i paesi del mondo e genericamente a tutti gli individui (1). Questo tentativo, che peraltro ebbe molto successo e molti sostenitori, risultò essere piuttosto complicato perché i modelli alimentari dei singoli paesi (Nigeria piuttosto che Finlandia) sono difficilmente accomunabili nella pratica aldilà del retorico intento di ridurre drasticamente i prodotti di origine animale e aumentare (in modo anche esagerato) quelli di origine vegetale. La selezione naturale, le disponibilità, i fattori climatici, ma soprattutto quelli culturali hanno portato a determinare gli usi e le abitudini delle singole popolazioni con tutti i relativi pro e contro che dovrebbero essere corretti analizzandoli singolarmente. È ovvio che, laddove c’è stato un eccessivo aumento di consumo di prodotti di origine animale (ovvero nella maggior parte delle western diets), bisogna suggerire una brusca inversione di tendenza; chiunque abbia conoscenza della letteratura scientifica mondiale non può sostenere una posizione differente.

Il problema di questo report sulla dieta universale è che dopo una banale e scontata dichiarazione di intenti e propositi, coraggiosamente suggerisce in modo particolareggiato le grammature dei singoli alimenti da ingerire da parte di ogni individuo del pianeta sollevando una montagna di perplessità. Per fare qualche esempio, questa dieta universale consiglia un consumo di 14 g al giorno di prodotti derivati dalla carne. Questo corrisponde a una piccola fettina di carne o una mezza bistecca a settimana. Il pesce, circa 200 g a settimana (una porzione), il pollo idem (una porzione a settimana) e le uova 2 a settimana (piccole però). Da sottolineare che non si tiene conto (e non sarebbe possibile farlo) delle enormi diversità tra giovani e anziani, sportivi e sedentari, ecc.

Questa estremizzazione va probabilmente molto aldilà delle raccomandazioni della dieta mediterranea (che consiglia 1 o 2 porzioni (e non mezza) di carne rossa a settimana, più di due porzioni di pesce e di pollo e fino a 4 uova. Non ci sono evidenze che ridurre drasticamente questi alimenti sotto queste quantità porti dei vantaggi in termini di salute. Riducendo così tanto i prodotti di origine animale la commissione EAT si vede peraltro costretta, per garantire il fabbisogno proteico, ad aumentare in modo alquanto bizzarro le porzioni di cereali (232 g, ovvero 3 piatti di pasta al giorno) o di legumi (3 porzioni di 200 g a settimana, difficilmente tollerabili da chi soffre di colon irritabile o di gonfiore addominale) e di noci/mandorle (50 g al giorno per ben 300 calorie!) suggerendo un apporto calorico giornaliero di ben 2500 calorie! Diventa complicato combattere la piaga dell’obesità e promuovere la cultura dell’educazione alla riduzione dell’apporto calorico globale. Basterebbe essere meno ideologici e un po’ più pratici, e pensare che per ottenere 5 gr di proteine dalle noci introduciamo ben 300 calorie, mentre una porzione da 150 gr di merluzzo, che fornisce ben 25 g di proteine, apporta solo 100 calorie.  Mangiare pertanto due porzioni di pesce a settimana gioverebbe maggiormente alla salute (senza contare l’apporto degli omega3) senza compromettere eccessivamente l’ambiente. 

La dieta universale proposta sembra il risultato di un gioco radicalizzato di sostituzioni nutrizionali che non tiene conto delle diversità e che tende a posizioni eccessivamente punitive nei confronti dei prodotti di origine animale tanto da restringerli oltre la reale necessità, al punto di dover aumentare l’apporto calorico per compensare molti dei nutrienti che apporterebbero tali alimenti e che invece vengono a mancare.

Infine, non dimentichiamo che non mangiamo solo proteine, grassi e vitamine, ma bensì ci nutriamo di alimenti e questi svolgono ruoli edonistici, sociali, culturali e di gratificazione che contribuiscono non poco allo stato di salute globale di una persona e che ottenere una buona compliance da parte del paziente è più difficile quanto più severa, rigida e punitiva è la dieta (per quanto si possa pensare che sia perfetta).

Quello che invece ci insegna la pratica clinica è rappresentato dalla necessità di personalizzare il più possibile alcune indicazioni cliniche alimentari che possono essere d’aiuto all’individuo. Questo conflitto di intenti deve trovare un compromesso. È chiaro che ci sono dei punti di partenza comuni e questi si devono ispirare ai modelli alimentari più sani, in particolare alla dieta mediterranea, sfruttando le evidenze scientifiche che dettano le linee più importanti da seguire. Quando poi ci si riferisce a soggetti affetti da patologie, le scelte alimentari sono molto più complesse e necessariamente personalizzate per poter far fronte alle esigenze legate all’individuo e alla malattia nel migliore dei modi.

Esistono modelli che devono essere usati come base di partenza per il trattamento della singola patologia, come per esempio la dieta mediterranea, ma che devono essere poi adattate al singolo paziente in funzione dell’età, del sesso, del BMI, delle abitudini, della compliance, della gravità della malattia, della presenza di altre patologie concomitanti e di eventuali altri trattamenti farmacologici in corso.

Compito del medico non deve essere quello di applicare tout court un modello alimentare alla patologia/disturbo del paziente, ma quello di eseguire una valutazione clinica, di laboratorio, farmacologica e di stile di vita in relazione alla sua alimentazione/nutrizione.

Solo successivamente il medico concerta insieme al paziente la strategia dietologica da adottare, tenendo conto dei suoi resoconti, dei suoi gusti, delle tradizioni famigliari, delle disponibilità di orari e organizzazioni sociali e lavorative relative alla sua alimentazione. Questo non significa assecondare ogni richiesta del paziente (il medico non deve diventare ostaggio dei disturbi comportamentali del paziente) ma modulare la dieta in base a quello che il medico ritiene più indicato per il paziente e la sua disponibilità reale a metterlo in pratica.

La strategia dietologica può/deve essere sorvegliata ed eventualmente modificata nel corso del tempo, ricordando sempre che la miglior dieta che il paziente può seguire non è quella che il medico ritiene idealmente migliore, ma quella che riesce a fargli osservare nella realtà quotidiana.

Come abbiamo accennato, la dieta mediterranea può rappresentare una base di partenza per la maggior parte delle patologie perché questo è ciò che si evidenzia dalla letteratura scientifica; su questa dieta si devono poi adattare al singolo individuo le prescrizioni alimentari al fine di ottenere il miglior approccio possibile alla patologia. È evidente che per combattere l’obesità, uno dei più importanti problemi sanitari del nostro tempo, non basta dare una dieta ipocalorica. È fondamentale garantire l’apporto adeguato dei nutrienti per non penalizzare per esempio la massa magra, considerare l’aspetto psicologico del paziente, ascoltare le sue esigenze organizzative e di gusto e creare un giusto rapporto estremamente personalizzato tra medico e paziente. Ecco perché il concetto di dieta mediterranea finalizzato alla prevenzione delle patologie (tra le quali ovviamente anche l’obesità) si differenzia da quello più comune di dieta dimagrante. 

Pertanto, la scelta degli alimenti da utilizzare considerandone soltanto composizione in macronutrienti (carboidrati, lipidi, proteine) fibre e acqua e l’apporto calorico appare, alla luce delle attuali conoscenze, fortemente riduttivo. La presenza o meno nell’alimento di polifenoli, antiossidanti, fitosteroli, fitoestrogeni, altre molecole bioattive e contaminanti chimici, batterici, o prodotti dalla cottura determina la sua peculiarità di “utile alla salute” o “nocivo” aldilà del suo, peraltro importante, valore calorico o nutrizionale classico (determinato dalla presenza dei macronutrienti). Tutte queste molecole bioattive svolgono funzioni essenziali nella stimolazione ormonale, come messaggeri, come regolatori metabolici e genici in grado di favorire o silenziare l’espressione di uno o più geni o di creare mutazioni.

La dieta mediterranea, inoltre, è un concetto che non esalta un singolo alimento rispetto ad un altro, ma che al contrario valuta nel loro insieme le combinazioni di vari alimenti associate ad un regolare svolgimento dell’attività fisica. Gli alimenti base della dieta mediterranea come sappiamo sono: frutta e verdura (apportano vitamine, sali minerali, polifenoli, antociani, acqua, fibra), cereali (carboidrati complessi e proteine), pesce (proteine di elevato valore biologico, omega 3, sali minerali), legumi (proteine di medio valore biologico, fibra, carboidrati complessi) e olio extravergine di oliva (acidi grassi MUFA e PUFA, vitamine, polifenoli, molecole bioattive).

Appare evidente come applicare il modello di dieta mediterranea al singolo individuo, uscendo dai concetti generali fin qui espressi, richiede necessariamente una personalizzazione. Non potrebbe essere altrimenti se prendiamo in considerazione tutti gli aspetti analizzati riguardanti la genetica, il microbiota, il territorio, lo stile di vita, la cultura, le tradizioni e le capacità organizzative. 

  1. Willett W. Food in the Anthropocene: the EAT-Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems . The Lancet 2019 Feb 2;393(10170):447-492. doi: 10.1016/S0140-6736(18)31788-4. Epub 2019 Jan 16
Industria alimentare europea: i numeri chiave

L’industria alimentare e delle bevande si conferma il primo settore manifatturiero dell’Unione Europea, con un ruolo centrale per l’economia, l’occupazione e la sicurezza alimentare.

Il settore rappresenta il 15,5% del fatturato della manifattura europea e il 12% del valore aggiunto manifatturiero

Sul fronte del commercio internazionale, l’Europa è il primo esportatore mondiale di prodotti alimentari e bevande, con:
190 miliardi di euro di export
109 miliardi di euro di import
81 miliardi di euro di saldo commerciale positivo

Numeri che confermano come l’industria alimentare rappresenti un pilastro strategico per la competitività, l’innovazione e la sostenibilità delle filiere agroalimentari europee.

Fonte: FoodDrinkEurope: https://www.fooddrinkeurope.eu/wp-content/uploads/2026/02/FoodDrinkEurope-Data-Trends-2026-report-digital.pdf

Il report fornisce un quadro completo della struttura economica e delle dinamiche del settore agroalimentare europeo.

La Cucina Italiana Patrimonio UNESCO: più di una tradizione, un’eccellenza tecnologica e sostenibile

Il 10 dicembre 2025 rimarrà una data storica per l’Italia e per il mondo gastronomico. L’UNESCO ha ufficialmente iscritto la “Cucina Italiana” nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità. Non si tratta solo di un riconoscimento del sapore o della varietà dei piatti, ma della consacrazione di un intero sistema culturale, fatto di saperi, artigianalità, industriosità e, soprattutto, di un sapiente equilibrio tra tradizione millenaria e tecnologie alimentari all’avanguardia.
La cucina italiana è stata riconosciuta come pratica culturale vivente, capace di favorire dialogo, convivialità, innovazione attraverso la nostra storia, creatività e passione per il cibo.
È la prima volta al mondo che un’intera tradizione gastronomica nazionale riceve questo prestigioso titolo.

IL DOSSIER: “CUCINA ITALIANA TRA SOSTENIBILITÀ E DIVERSITÀ BIOCULTURALE”
La candidatura, curata dai professori Massimo Montanari e Pierluigi Petrillo, è stata coordinata dall’Ufficio UNESCO Direzione generale Affari Europei ed Internazionali del Ministero della Cultura e da attori chiave come l’Accademia Italiana della Cucina, Fondazione Casa Artusi e tutto il tessuto partecipativo agroalimentare, puntando su un concetto fondamentale: la sostenibilità bioculturale. La cucina italiana è stata premiata per la sua capacità di valorizzare le materie prime, rispettare la stagionalità e tramandare tecniche che favoriscono la biodiversità.
In questo contesto, il riconoscimento UNESCO sottolinea come il “saper fare” italiano si integri con una tecnologia che non stravolge, ma tutela l’alimento.
Il legame indissolubile con la Tecnologia Alimentare
Spesso si pensa alla tradizione italiana come a qualcosa di arcaico. In realtà, il successo della nostra cucina risiede anche nell’evoluzione tecnologica applicata alla produzione e alla conservazione, trasformando le materie prime in capolavori di qualità e sicurezza. Il riconoscimento celebra proprio questa filiera in cui l’innovazione è al servizio della tradizione. Gli atelier della produzione alimentare trasformano, dal campo alla tavola, una moltitudine di preparazioni alimentari. Ciascun settore e comparto – dai prodotti da forno, agli alimenti di origine animale, ai vegetali – non è arroccato su sé stesso, ma è pronto a recepire influenze territoriali, tecnologiche e culturali.
I pilastri tecnologici che sostengono la cucina italiana possono essere illustrati attraverso alcuni esempi, a partire da una premessa fondamentale: per valorizzare un alimento occorre che esso sia dato per salubre. Attraverso quindi il prerequisito della sicurezza alimentare si garantisce la gestione del rischio igienico-sanitario assicurandone la sua prima missione. Tuttavia, nel contesto del Patrimonio Culturale Immateriale, questo si traduce nel garantire che le pratiche tradizionali – quali la stagionatura, la fermentazione o l’uso di specifici materiali e oggetti a contatto con alimenti – siano svolte in condizioni di massima sicurezza, senza snaturare il processo.

  1. Tecnologie di conservazione tradizionali
    L’eccellenza italiana si basa sulla capacità di preservare e valorizzare i sapori nel tempo mediante tecniche consolidate e radicate nei territori. Ad esempio, la stagionatura dei prosciutti e dei formaggi, regolata semplicemente attraverso parametri quali temperatura e umidità, l’essiccazione (per le paste) e le conserve sott’olio/sott’aceto sono forme di tecnologia alimentare tradizionale che garantiscono sicurezza e salubrità.
  2. Agroalimentare di precisione e qualità
    Il riconoscimento premia il sistema agroalimentare italiano, leader in Europa per biodiversità e prodotti a denominazione riconosciuta (DOP, IGP, Prodotti Agroalimentari Tradizionali).
    L’agricoltura di precisione, l’uso di droni e sensori, pratiche colturali, di trasformazione e modelli logistici sostenibili permettono di produrre alimenti sani rispettando il territorio, l’ambiente e il paesaggio, elementi cardine del dossier UNESCO.
  3. Innovazione nei processi di trasformazione
    La tecnologia alimentare italiana si distingue per la capacità di mantenere intatte le qualità organolettiche degli alimenti. Esempi sono la pastorizzazione dolce e la tecnologia delle alte pressioni (HPP) per succhi e sughi, entrambe tecnologie che preservano le proprietà nutrizionali fresche del pomodoro, della frutta e delle verdure.
  4. Packaging sostenibile e tracciabilità
    La tecnologia non è solo produzione, ma anche distribuzione. Il riconoscimento UNESCO valorizza le filiere che adottano imballaggi ecosostenibili e sistemi di blockchain per la tracciabilità, assicurando che la vera cucina italiana sia protetta da contraffazioni (fake food).
  5. Sostenibilità: la Cucina Italiana contro lo spreco e la perdita alimentare
    Un punto focale del riconoscimento UNESCO è la natura inclusiva della cucina italiana, capace di valorizzare l’intera materia prima, riducendo gli sprechi. Ricette storiche come la ribollita, la panzanella o i dolci a base di avanzi, come il salame di cioccolato, sono esempi di un’economia circolare domestica che la tecnologia moderna sta reinterpretando attraverso nuove tecniche di cucina a basso consumo energetico: le linee produttive ei processi produttivi spesso utilizzano operazioni caratterizzate da recupero energetico, attraverso per esempio il riciclo di calore, il riutilizzo dei sottoprodotti o degli sfridi di lavorazione, all’insegna dell’upcycling, ovvero applicando i criteri della bioeconomia).
    In questo scenario, la figura del Tecnologo Alimentare, professione regolamentata e riconosciuta dall’Ordinamento italiano, emerge come un attore chiave. Non si tratta esclusivamente di un professionista della scienza e della sicurezza, ma di un vero e proprio custode e innovatore del patrimonio culinario, chiamato a bilanciare la tradizione con le esigenze della modernità, della sicurezza e della sostenibilità. Nel rispettare il Codice Deontologico della professione, approvato e garantito dall’Ordine dei Tecnologi Alimentari, si garantisce la responsabilità di un comportamento secondo Scienza, Coscienza e Professionalità. Questo principio obbliga il professionista a operare con la massima competenza scientifica e con un profondo senso etico che, nel caso del Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità, si traduce nel rispetto e nella tutela della tradizione e della cultura alimentare italiana. Il Tecnologo non può applicare la tecnologia in modo cieco, ma deve farlo in maniera consapevole e rispettosa del valore storico e identitario dell’alimento. La sicurezza alimentare e la tutela della salute pubblica sono il dovere primario, anche quando si lavora con metodi o ingredienti antichi. Il Tecnologo Alimentare ha il dovere di intervenire per sanare eventuali criticità igieniche in un processo tradizionale, senza compromettere il valore culturale del prodotto. È proprio qui che risiede la sfida più grande della professione: trovare l’equilibrio tra la scienza del rischio e la cultura del gusto.

IL FUTURO: LA CUCINA ITALIANA NEL MONDO
Il riconoscimento UNESCO rappresenta una leva strategica per promuovere e difendere le eccellenze italiane sui mercati internazionali. La sfida futura sarà mantenere il legame con la tradizione, accogliendo le nuove tecnologie alimentari – come l’intelligenza artificiale applicata alla nutrizione – per garantire che la cucina italiana sia sempre più sana, sicura e sostenibile.
Come sottolineato dal Governo italiano, questo risultato rende orgogliosi e dà un impulso decisivo per valorizzare i prodotti italiani, creando nuove opportunità di crescita per le filiere agroalimentari.
Il riconoscimento stimolerà la sua applicazione consapevole per la salvaguardia e la trasmissione del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. Professioni come quella del Tecnologo Alimentare promuovono l’uso della scienza come strumento per rendere le tradizioni replicabili, sicure e competitive sul mercato globale, contribuendo anche alla loro tutela e protezione.
Il Tecnologo Alimentare, in armonia con gli standard etici e professionali stabiliti dal proprio Ordine, contribuisce quindi a far sì che la ricchezza culturale e gastronomica italiana possa essere tramandata intatta alle future generazioni, come una pratica viva, salubre e sostenibile.
La cucina italiana, ora Patrimonio UNESCO, non è una “foto del passato”, ma una “pratica culturale vivente”. Tecnologia e tradizione non sono in conflitto, ma si fondono: la tecnologia italiana permette di portare la tradizione sulla tavola in modo sostenibile, sicuro e inconfondibilmente italiano.

ALIMENTAZIONE NEI BAMBINI E NEGLI ANZIANI

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

È vero che gli anziani tornano bambini? Per molti comportamenti si potrebbe davvero affermare che sia così. Gli anziani spesso tornano ad essere concentrati solo su sé stessi, danno rilevanza a problematiche apparentemente di scarsa importanza, accentuano le loro emotività di fronte ad eventi normali, hanno bisogno del supporto degli altri, possono sembrare capricciosi ecc., ma da un punto di vista alimentare?

Le esigenze alimentari nelle diverse fasi della vita sono indubbiamente molto diverse, un bambino ha un organismo in crescita e di conseguenza i suoi fabbisogni calorico-nutrizionali richiedono un bilancio positivo di entrate rispetto alle uscite. Il suo metabolismo basale è più elevato ed essendo maggiore anche il dispendio energetico legato all’attività fisica appare chiaro che l’apporto calorico nutrizionale deve essere più alto sia in termini quantitativi che qualitativi.

Cerchiamo di analizzare meglio le problematiche alimentari dei due estremi della vita. 

Spesso ai bambini vengono fatte spiegazioni sul perché sia importante mangiare frutta e verdura  e che non bisogna esagerare con altri cibi come patatine, caramelle o merendine. Il risultato è però spesso esattamente il contrario di quello sperato. I bambini si ostinano a serrare la bocca davanti ad uno spicchio di mela oppure ad un cucchiaio di zuppa. Quale potrebbe essere la strategia migliore per parlare di cibo ai nostri figli?

Ai più piccoli lo si può fare associando gli alimenti a personaggi delle favole con i buoni e cattivi, facendo interpretare questi ruoli da alimenti più o meno salutari. Ai più grandi si deve cercare un “mood” più maturo utilizzando argomenti diversi che possono spaziare dal mantenimento della salute, alla prevenzione delle malattie, alla maggiore durata di vita, al benessere del pianeta, argomentazione quest’ultima spesso più efficace di quella prettamente salutistica.

Bisognerebbe evitare le parole “mai” e “sempre” perché una sana alimentazione deve spaziare in ogni gruppo alimentare (compresi dolci e fritti) ed essere il più variata possibile. Questo si rende necessario soprattutto perché non dobbiamo dimenticare che l’alimentazione non è solo “nutrimento” ma anche socialità, piacere, divertimento, cultura, appagamento psichico e gratificazione. Diventa quindi importante saper dire i “sì” e i “no” come in ogni ambito educativo. Spesso, però, più che le parole, sono le argomentazioni a dover essere convincenti e queste possono cambiare da ragazzo a ragazzo secondo gli interessi e gli stimoli di ogni singolo individuo. Bisogna spiegare per bene che un’alimentazione scorretta può far male senza dar segni nell’immediato ma, purtroppo, soltanto nel futuro quando ormai è troppo tardi per porvi rimedio, e quindi diventa necessario spiegare che aspettare di vedere gli effetti nocivi per capire che una alimentazione è scorretta è una politica perdente.

Da un punto di vista pratico è fondamentale l’esempio a tavola dei genitori. Per un bambino osservare nel quotidiano come si comporta a tavola un genitore è molto impattante non solo perché impara a mangiare di tutto con le giuste proporzionalità, ma anche perché acquisisce il senso del rispetto per il cibo e il concetto di spreco alimentare. Questa funzione educativa a tavola è di enorme rilevanza, più efficace di mille parole e consente di capire che si possono fare eccezioni con l’assunzione tranquilla (senza senso di colpa) di alimenti più appetitosi come dolci o altri cibi stuzzicanti a patto che la quotidianità rispetti dei canoni di alimentazione basati sulla dieta mediterranea.

Cosa succede invece quando ci rivolgiamo agli anziani?

L’alimentazione dell’anziano necessita di attenzioni particolari perché le problematiche sono diverse e maggiori rispetto alla popolazione generale. Nell’anziano, infatti, la presenza di patologie come ipertensione arteriosa, diabete, osteoporosi, malassorbimento, insufficienza renale, insufficienza epatica, disturbi della masticazione e della deglutizione, stipsi ecc. condizionano molto le scelte alimentari e le modalità di assunzione degli alimenti perché queste malattie sono strettamente legate al cibo e ai nutrienti. L’anziano ha una minore percezione dei sapori e quindi tende a salare e a zuccherare di più gli alimenti con ripercussione sullo stato di salute, anche perché in virtù di un ridotto stimolo della sete sono più inclini ad andare incontro alla disidratazione cronica e questo implica ripercussioni muscolari, neurologiche e renali.

L’anziano rispetto all’adulto ,e ancor più rispetto al bambino, svolge scarsa o nessuna attività fisica e questo comporta differenti fabbisogni, ridotto metabolismo e ripercussioni sulla funzionalità muscolo- scheletrica. Per esempio, di fronte ad un anziano inappetente, con scarsa massa muscolare e a rischio cadute con probabile frattura del femore si può favorire l’assunzione plurisettimanale di carni conservate, insaccati e formaggi stagionati in quanto cibi più appetitosi, più calorici e con una maggiore densità calorico-proteica in poco volume, offrendo in questo modo molti più benefici immediati rispetto ad ipotetici rischi futuri.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che gli anziani assumono spesso molti farmaci (purtroppo molte volte inutili e somministrati per “inerzia sommatoria” ad altri farmaci già in terapia prescritti da un altro specialista) e questo può alterare l’assunzione corretta di alimenti per interferenza o effetti collaterali (nausea, inappetenza, diarrea). 

Da non sottovalutare l’aspetto psicologico dell’anziano, spesso solo e depresso. Questo fatto comporta un progressivo disinteresse nell’alimentazione e indirizza il consumo verso un regime monotono e ristretto anche per motivi di praticità e di economia (perché si tratta spesso di persone con scarsi introiti economici) che dà origine ad una condizione di progressiva malnutrizione che a sua volta determina una maggiore predisposizione alle malattie ed alle infezioni. Il 

deterioramento cerebrale cognitivo e di movimento porta ad un isolamento culturale e sociale con la conseguente difficoltà a percepire la necessità di una alimentazione corretta ed equilibrata, e al riconoscimento di prodotti avariati o scaduti. Aiutare gli anziani a gestire correttamente la loro alimentazione rappresenta il primo mattone protettivo nei confronti della comparsa o dell’aggravamento di alcune patologie degenerative, infettive o tumorali perché senza i giusti nutrienti i sistemi difensivi del nostro organismo non possono funzionare bene. Gli anziani rischiano anche di soffrire di una forma di analfabetismo di ritorno, abbandonando gli interessi culturali e, purtroppo, cosa più grave ancora, di diventare poveri (lo sono il 25% degli ultrasessantacinquenni). Tutto questo insieme di fattori fa si che gli anziani trascurino il cibo o mangino cibi sbagliati per la loro età e che proprio la cattiva alimentazione inneschi una spirale senza ritorno. Non indifferente è anche il fatto che gli anziani facciano uso di cibi senza controllare le scadenze, o che non leggano le etichette contenenti le caratteristiche del cibo e il suo corretto utilizzo. Spesso soli in casa o incapaci a spostarsi si accontentano di mangiare quel che trovano.

Possiamo dunque riassumere i principali rischi commessi degli anziani a tavola nei seguenti:

– monotonia dei piatti con rischio di carenza di alcuni nutrienti

– scarso apporto di acqua

– eccesso di sale e zucchero

– scarso apporto di fibra e proteine

– rischio di assunzione di prodotti di scarsa qualità o scaduti

Ecco che assistere l’anziano nelle scelte alimentari, cercando di correggere questi errori risulta fondamentale. Bisogna ponderare le loro scelte in funzione non solo dei fabbisogni metabolici tenendo conto della composizione in zuccheri, grassi, proteine, fibre e vitamine come succede in altre fasi della vita ma anche valutando patologie, terapie farmacologiche in atto, capacità masticatorie e digestive. Infine, nell’anziano assume un ruolo importante anche l’attenzione alla consistenza e alla temperatura degli alimenti. Consistenze errate possono rendere l’alimento non utilizzabile dall’anziano anche se la sua composizione in nutrienti risulti ottimale. A questo proposito va ricordato che gli anziani spesso hanno problemi di deglutizione. La difficoltà più frequente è quella di gestire alimenti con diversa consistenza come, per esempio, i tortellini in brodo che vanno evitati in questi soggetti.

In conclusione, possiamo affermare che le caratteristiche alimentari nelle diverse fasce di età hanno requisiti particolari e caratteristiche e che pertanto l’attenzione agli alimenti e alle modalità della loro assunzione non può essere uniforme e classificata in modo univoco. Pur partendo da un modello alimentare mediterraneo comune la necessità di personalizzare i consigli alimentari risulta essere essenziale stratificando i fabbisogni anche in base ai periodi della vita. 

RECUPERO DELLO STATO DI FORMA DOPO LE FESTE

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Superato lo scoglio delle festività, abbandonate le libagioni e le abbuffate ecco che compaiono puntualmente i sensi di colpa, i bisogni di espiare le colpe alimentari e la voglia di compensare gli eccessi per ritornare ad alimentarsi “come si faceva prima”, sempre ammesso che quello che si faceva prima fosse corretto. Non illudiamoci, è ampiamente dimostrato che la dieta mediterranea, per quanto sia unanimemente riconosciuto come il miglior modello, non solo alimentare ma di stile di vita, la fa soltanto una piccola parte della popolazione. Non solo, sono poche le persone che sanno veramente in cosa consista. In ogni caso, con l’inizio del nuovo anno è arrivato il momento di portare i buoni propositi di vita anche a tavola, e questo implica non solo una corretta educazione alimentare ma anche una vera e propria prova d’amore.

Perché scegliere il giusto comportamento alimentare è diventata quasi una prova d’amore?  Ma amore verso chi? Verso noi stessi ovviamente. Le proposte per dimagrire sono sempre più innovative e curiose (abbiamo vissuto i tempi della dieta del sondino o di quella tisanoreica)  fino ad arrivare ai giorni nostri alla dieta chetogenica, quella paleolitica oppure  all’impiego di farmaci prescritti spesso con troppa leggerezza. Gli eccessi legati alle feste appena trascorse portano le persone a mettere in atto qualsiasi tentativo mirato ad ottenere grandi risultati in poco tempo correndo però a volte dei rischi che nella maggior parte dei casi vengono sottovalutati nel nome del risultato. Ed ecco il perché del consiglio di volersi bene o di amarsi, ma siccome non siamo più capaci di farlo forse può essere utile un “manuale” d’amore alimentare.

Cerchiamo di suddividere questo manuale in capitoli per rendere il recupero dello stato di forma dopo le feste più facile: 

  1. La prima regola deve essere quella di capire che la riduzione del peso acquisito durante le feste, per essere definita “dimagramento” deve essere rappresentata nella sua gran parte da una perdita di massa grassa e poco o nulla dalla perdita della massa magra, rappresentata dagli organi nobili (fegato, rene, cervello, ossa e muscoli). Quindi, dovremmo cercare di non dare troppo “peso” a quello che indica la bilancia, se non sappiamo che cosa perdiamo quando caliamo di peso. Siccome le rapide riduzioni di peso portano con esse una perdita di massa magra, si capisce perché i nutrizionisti più saggi che non hanno bisogno di “sorprendere” i propri pazienti con effetti speciali sconsigliano di perdere più di tre o quattro chili al mese.
  • La dieta o il metodo che si sceglie per dimagrire deve tener conto che il nostro organismo continua ad aver bisogno di nutrirsi e di svolgere le proprie funzioni vitali indipendentemente da quello che riteniamo incongruo o eccessivo. Pertanto, è necessario garantirgli l’arrivo della quota di zuccheri, grassi e proteine volta a garantire le funzioni essenziali e non ci si deve mai dimenticare che questi tre macronutrienti svolgono ruoli differenti che non sono intercambiabili a nostro piacimento. Di conseguenza l’idea di eliminare i grassi o gli zuccheri e sostituire le relative calorie con quelle fornite dalle proteine non è realizzabile se si vuole garantire lo stato di salute.
  • Con la dieta non si apportano soltanto i già citati zuccheri, grassi e proteine ma anche un’infinità di sostanze (nutrienti e non) che si è scoperto essere fondamentali per il mantenimento dello stato di salute e la prevenzione delle malattie (antiossidanti, polifenoli, vitamine, oligoelementi e altre molecole bioattive). Quindi, quando si prende in considerazione una dieta bisognerebbe guardare oltre il termine “iperproteica” al quale si accosta la maggior parte di quelle dimagranti.
  • Se si deve dimagrire perché si è arrivati a una mala-educazione alimentare, non si può pensare di fare una dieta a scadenza. Come in altri ordini educativi, non c’è una fine al comportarsi bene (o per caso qualcuno insegna ai propri figli di non tirare le cartacce per terra fino ai quindici anni per poi dirgli che dai sedici è permesso?). Si può modificare una dieta una volta raggiunto un traguardo, modulandola secondo le varie esigenze individuali, ma ritornare alle abitudini di partenza che avevano portato al sovrappeso vuol dire aver fallito.
  • Evitare i digiuni prolungati e saltare i pasti è un punto cruciale. Lo stress metabolico che il digiuno provoca non fa certo bene all’organismo obbligato a fare i salti mortali per racimolare molecole di glucosio “cannibalizzando” i propri muscoli e creando uno stato di chetosi (un tempo si temeva l’acetone dei bambini, e tuttora il coma chetoacidosico è una grave complicanza del diabete, mentre adesso lo stato di chetosi  è quasi diventato una condizione irrinunciabile per alcune diete). Ci sono situazioni particolari, dove le diete chetogeniche possono trovare il loro spazio (epilessia dei bambini, gravi obesità) ma la moda dimandare in chetosi i pazienti in sovrappeso per perdere qualche chilo e tutt’altro che consigliabile. Le cosiddette diete mima-digiuno per migliorare lo stato di salute necessitano ancora di conferme sull’uomo (soprattutto nel lungo periodo) prima di poterle indicare come strumento per ottenere maggiore longevità o per fare prevenzione. Ricordiamo a tal proposito che recentemente sono stati pubblicati alcuni studi che hanno evidenziato proprio un maggior rischio cardiovascolare in soggetti sottoposti a diete mima-digiuno.
  • Mangiare di tutto (eccezion fatta nei casi di specifiche allergie o intolleranze alimentari o di malattie come diabete, celiachia, insufficienza renale o epatica) in quantità modulabile secondo il singolo individuo e le sue esigenze organizzative, sociali e psicologiche è dunque il modello ideale per una dieta salutare che ci aiuti a recuperare uno stato di forma. Ma le proporzioni fanno la differenza in termini di salute. E pertanto bisogna rifarsi allo schema della piramide alimentare ispirata alla dieta mediterranea, forse unico modello avvallato da documentazione scientifica seria e autorevole.
  • Non è solo importante cosa si mangia ma come si mangia se si vuole dimagrire in salute. È, infatti, importante frazionare i pasti e mangiare lentamente. Questo facilita la digestione e agevola la stimolazione del centro della sazietà in modo da poter mangiare di meno senza soffrire troppo.

Infine, la sola dieta non è mai uno strumento sufficiente per dimagrire in salute. È opportuno, per non dire doveroso, laddove non ci siano reali impedimenti, abbinare una dieta alimentare corretta a un programma ragionevole, personalizzato e realizzabile di attività fisica. Infatti, l’esercizio fisico (che non deve essere necessariamente esagerato) non solo aumenta il dispendio energetico, ma stimola alcuni meccanismi cellulari che portano a un maggiore metabolismo cellulare.  

DECALOGO PER LE FESTE: COME AFFRONTARLE AL MEGLIO

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista, Università Campus Biomedico di Roma

Quando si fanno raccomandazioni su come alimentarsi durante le feste si immagina abitualmente di fare riferimento alla cena della vigilia, il pranzo del 25 dicembre e la cena di Capodanno. La realtà, invece, risulta spesso essere molto diversa. La maratona alimentare, infatti, inizia già a metà dicembre, con i primi brindisi e le cene prenatalizie con i colleghi o gli amici del burraco. Si entra nel vivo nella settimana che va dal 24 dicembre al primo gennaio (con gli avanzi del cenone) per poi fare un extra time fino all’ Epifania. I numeri stimati si aggirano intorno ai 100 milioni di chili di pandori e panettoni, 65 milioni di bottiglie di spumante, 6 milioni di chili di cotechini e zamponi. In questo periodo si mette pertanto a rischio non solo la linea ma anche lo stato di salute. Per quanto sia opportuno ricordare che chi segue una dieta dimagrante non deve aspettare le date fatidiche delle riunioni famigliari per diventare stretti osservanti ma, anzi, in queste occasioni è quasi opportuno interrompere la dieta per garantire un’integrità psicologica e un diritto garantito alla convivialità, è anche vero che non si può pensare ad una eccezionalità che abbracci un periodo così lungo invece dei tre o quattro canonici pranzi delle feste. Eccedere in modo irrazionale può anche favorire la comparsa di disturbi gastrointestinali come bruciori di stomaco, acidità e sintomi intestinali. Va inoltre ricordato che alcune patologie croniche non vanno in vacanza e che, pertanto, alcuni pazienti, come quelli affetti da diabete e celiachia, per esempio, non possono permettersi di trasgredire alle loro regole alimentari neanche durante il pranzo di Natale. Le conseguenze delle trasgressioni alimentari durante le feste non si traducono soltanto nell’aumento dei chili o nella comparsa di sintomi gastrointestinali, si possono anche osservare con aumenti dei valori nel sangue di colesterolo, trigliceridi, uricemia, glicemia ed emoglobina glicata. Se consideriamo anche l’aumento della pressione, spesso favorito dalle temperature rigide, ecco che il rischio di infarto e ictus può aumentare nel periodo natalizio nei soggetti cardiopatici.

Per tamponare gli effetti nocivi dell’aumento dell’apporto calorico di questo periodo ci viene sempre in soccorso un vecchio rimedio non gradito certo da tutti: l’attività fisica. Non viene mai preso in seria considerazione il ruolo svolto anche solo da una buona passeggiata digestiva a passo sostenuto per aiutare a smaltire l’eccesso calorico. Questa non deve necessariamente avvenire dopo un lauto pasto, anzi in questo caso bisogna prestare attenzione soprattutto ai rischi aggravati dal freddo. Infatti, durante la digestione il sangue viene deviato al distretto gastrointestinale, dove più serve, e questo “furto” sommato alla vasocostrizione generata dalle basse temperature può sottrarre ossigeno ai muscoli ma soprattutto al cuore proprio nel momento della maggiore richiesta per lo svolgimento dell’attività fisica. Queste condizioni favoriscono l’ischemia cardiaca e l’infarto. L’attività fisica deve essere svolta in condizioni ottimali, con i giusti vestimenti e proporzionata alle proprie possibilità. Non ci si può improvvisare maratoneti o ciclisti professionisti solo perché si è mangiato troppo al cenone di Capodanno.

In definitiva conciliare il Natale con la linea e la salute è possibile, ricordando innanzitutto che i giorni delle trasgressioni dovrebbero essere confinati alle quattro date irrinunciabili: la Vigilia, il 25 dicembre, Capodanno e l’Epifania. Negli altri giorni è importante cercare di mangiare come si farebbe di solito, bandendo ogni eccesso e bevendo tanta acqua (partendo da due bicchieri al risveglio) che tra le sue funzioni ha quella di eliminare scorie prodotte dall’organismo durante la digestione e il metabolismo. Il fabbisogno di acqua è determinato anche dalle calorie assunte, per questo nel periodo delle feste è importante idratarsi di più. Bere acqua, anche durante i pasti, migliora la consistenza degli alimenti ingeriti facilitandone la digestione e aumenta il senso di sazietà riducendo l’introito calorico. 

L’attenzione alimentare nel periodo delle festività comincia nel momento di fare la spesa. È raccomandabile acquistare quantità di alimenti strettamente necessarie ai giorni delle ricorrenze e consumarli solo nelle occasioni conviviali, evitando di spiluccare gli avanzi nei giorni in ogni momento ma sfruttarli per preparare dei piatti per i pasti successivi. Considerato il ruolo che svolge lo spreco nella sostenibilità alimentare dobbiamo ricordare che, secondo i dati ISTAT, si raggiunge il picco di questa disdicevole abitudine proprio durante il periodo festivo e pertanto il suggerimento di prestare attenzione al momento della spesa è a tutto vantaggio della salute e anche del portafogli. 

Per tamponare gli eccessi calorici non serve esagerare alternando digiuni e abbuffate. Nel pasto precedente a quello di festa, non serve digiunare (che ha il solo effetto di arrivare poi a tavola con i morsi della fame) ma sarebbe opportuno comporlo con un primo piatto leggero, come una zuppa di verdure e cereali, e un secondo a base di pesce o carne bianca bolliti o alla piastra, oppure due uova, un contorno di verdura e frutta dimenticandosi del pane. 

Alcune strategie in cucina possono alleggerire i menù festivi senza rinunciare al gusto. Per esempio, si può utilizzare come base per il soffritto il brodo (magari con un goccio di vino bianco che con la cottura evapora e perde il suo valore calorico), sostituire la panna con ricotta magra diluita in poco latte, limitare i condimenti grassi (olio e burro) alternando con spezie e funghi per i primi piatti, succo di limone o arancia, capperi e sottaceti per carne e pesce, aceto o limone per le verdure. In questo modo si riduce drasticamente anche il sale. 

Nei cenoni, attenzione ad aperitivi e antipasti: è in quel momento, in cui si è più affamati, che si assumono più calorie che poi non vengono conteggiate nell’analisi alimentare perché consumate fuori pasto. È bene puntare su sottaceti e verdure al pinzimonio, evitando patatine e tramezzini ricchi di salse. Dopo il secondo piatto, no ai formaggi e attenzione alla frutta secca perché, sebbene molto salutare perché ricca in omega-3 e omega-6 (utili per contrastare il colesterolo LDL), arginina, sali minerali e vitamina E , è più calorica del cioccolato. 

Capitolo spinoso è quello riguardante panettone e pandoro perché a Natale è inevitabile assaggiarli purché si tratti davvero di un assaggio. Il consiglio migliore per chi è a dieta dimagrante è quello di mangiare una fetta di questi dolci come sostituto della merenda o della prima colazione  al mattino invece di mangiarne una fetta a fine pasto. Ai dolci solitamente si accompagna uno spumante. Riempire mezzo calice per il brindisi è più che sufficiente. A tavola, invece, deve bastare un bicchiere di rosso per tutto il pasto senza mischiare alcolici. Come le bevande gassate, gli alcolici apportano anche una gran quantità di calorie che non saziano. 

Dopo il pranzo o la cena di festa, come già detto, non è opportuno osservare il digiuno. È bene mettere in tavola una leggera minestra o un passato di verdure, un piatto di verdura cotta o di frutta fresca a fettine.

Come sintesi, ecco un decalogo che può essere d’aiuto per questo periodo dolce per alcuni e amaro per altri:

  1. Chi sta seguendo una dieta dimagrante non deve considerare il pranzo di Natale o di Capodanno come un giorno di dieta. Per chi è a dieta non è necessario perdere peso durante le feste Natalizie, risulta invece più importante mantenere un corretto equilibrio umorale e sociale senza sentirsi in colpa. La dieta è un sistema educativo e come tale è fatto di eccezioni. Il cibo si identifica non solo con l’aspetto nutrizionale ma anche con quello sociale e gratificante e il Natale è un’occasione troppo importante per trascurare questo suo ruolo. Questo discorso non vale ovviamente per chi segue regimi alimentari speciali per motivi di salute (celiaci, diabetici, ipercolesterolemici).
  2. Per chi intende non fare troppo errori, per non vanificare gli sforzi fatti durante l’anno ecco un consiglio: evitare di mangiare i tipici dolci natalizi come torrone panettone o pandoro a fine pasto. Piuttosto, utilizzare una fetta di panettone o di pandoro come sostituto della colazione del mattino o degli spuntini.
  3. Offrite agli ospiti un antipasto ricco di verdure, anche particolare e originale, un primo che deve essere in porzioni ridotte, e abbondate sul secondo in particolare se si tratta di pesce o carni bianche.
  4. Durante il pranzo di Natale o il cenone di Capodanno non mettere il pane a tavola. Sarebbe utile evitarlo in questi pasti così ricchi.
  5. Durante le giornate con amici e parenti, e durante i giochi di carte, evitate di lasciare a disposizione degli invitati ciotoline con frutta secca, noci e nocciole per lasciare spazio ai mandarini, altrettanto buoni e saporiti ma decisamente meno calorici.
  6. Per chi teme di non riuscire a resistere a tutte le tentazioni dei pranzi natalizi è consigliabile fare uno spuntino un’ora prima del pranzo (possono andare bene due fettine di prosciutto con due grissini o una fetta di pane, oppure una macedonia o della frutta).
  7. Se è possibile, durante il pasto, conviene mangiare prima un abbondante contorno con poco olio e solo successivamente il piatto principale.
  8. Limitate gli alcolici, accontentandovi di un brindisi con le bollicine e un bicchiere di vino per tutto il pasto.
  9. Il giorno successivo a un cenone abbondante fate pasti poco abbondanti ma frequenti ed evitate il digiuno.
  10. Laddove le condizioni climatiche lo consentano non interrompete l’abituale attività sportiva facendo molta attenzione a non eseguirla poco dopo un pasto abbondante, a non esponetevi al freddo dopo una abbuffata e tantomeno a svolgete un’attività sportiva intensa per “smaltire le calorie” appena finito di mangiare. Può essere molto pericoloso. Al contrario può essere utile fare l’abituale attività fisica due ore prima della cena o del pranzo.
LA DIETA ANTINFIAMMATORIA

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

Contrariamente a quanto tendiamo a pensare, l’infiammazione è un fenomeno naturale e utile alla difesa dell’organismo in risposta ad agenti nocivi di diversa natura (chimici, fisici, termici, infettivi) che viene messo in atto per creare un ambiente ostile all’agente nocivo e per innescare meccanismi riparativi e rigenerativi dei tessuti od organi aggrediti da infezioni o traumi.  Quando però la risposta infiammatoria è eccessiva oppure viene innescata da agenti non aggressivi ma appartenenti al proprio organismo, come accade con le malattie autoimmuni, oppure quando l’infiammazione dura troppo a lungo o diventa addirittura cronica, allora questa risposta naturale, in origine protettiva, si trasforma essa stessa nel problema responsabile di danno o sintomi. 

Dobbiamo sapere che l’infiammazione (mantenuta nel tempo) è alla base di gran parte delle patologie dei paesi occidentali (obesità, malattie cardiovascolari, metaboliche e tumorali) e che l’alimentazione e lo stile di vita possono modulare in meglio o in peggio lo stato infiammatorio.

Anche gli alimenti, dunque, possono essere in grado di dare origine a risposte infiammatorie, abitualmente transitorie, legate non solo alla loro composizione chimica ma anche alla loro capacità di interazione con il microbiota intestinale e con il sistema immunitario della barriera intestinale.

Ogni pasto può risvegliare una risposta infiammatoria da parte dell’organismo ma che torna immediatamente al livello di base nelle ore successive. Se però il pasto è sempre troppo abbondante o troppo ricco in grassi (soprattutto saturi) o riguarda soggetti obesi allora il ritorno al livello basale non si verifica più e si va instaurando, nel tempo, una condizione di infiammazione cronica pericolosa. L’eccesso di grassi saturi e in minor misura di zuccheri semplici facilita lo sviluppo di uno stato infiammatorio sia attraverso uno sviluppo di un particolare microbiota e di una aumentata permeabilità intestinale e vascolare che attraverso un aumento dello stress ossidativo. Va sottolineato il concetto di “eccesso” di grassi saturi e zuccheri perché questi macronutrienti, di per sé, non sono affatto dannosi, anzi devono far parte di una sana alimentazione ed è soltanto il loro eccesso (oltre i parametri consigliati dai LARN e dalle linee guida per una sana alimentazione) che possono essere dannosi.

Esiste ormai una corposa letteratura scientifica che supporta l’ipotesi che i fattori dietetici possano svolgere un ruolo nell’infiammazione cronica sistemica di basso grado. Infatti, evidenze provenienti da studi clinici randomizzati e controllati hanno dimostrato gli effetti sostanziali di molti alimenti sui biomarcatori dell’infiammazione e, in particolare, è stato osservato come, in seguito all’adozione di diete a base di alimenti di origine vegetale (inclusa la dieta mediterranea), si assista ad una riduzione degli indicatori infiammatori. Nello specifico, i benefici sono stati riportati in seguito ad un maggiore consumo di cereali integrali, frutta e verdura, legumi, frutta secca e olio d’oliva. I markers infiammatori si abbassano, però, non solo in seguito all’assunzione di alimenti di origine vegetale, ma anche di quelli di origine animale come i latticini o i formaggi fermentati mentre la carne rossa e le uova hanno dimostrato di avere effetti neutri. 

La diversa composizione degli alimenti può spiegare i meccanismi alla base della relazione tra fattori dietetici e sistema immunitario, in particolare in relazione alla presenza di alcuni specifici macronutrienti e fitochimici non nutritivi (polifenoli), vitamine, sali minerali e antiossidanti.

Differenze sostanziali all’interno di ciascun gruppo di macronutrienti possono spiegare i risultati contrastanti ottenuti riguardo agli alimenti ricchi di grassi saturi e carboidrati, sottolineando il ruolo di specifici sottotipi

di molecole (ad esempio, acidi grassi a catena corta o fibre rispetto ad acidi grassi a catena lunga o zuccheri aggiunti liberi) nella valutazione della relazione tra dieta e infiammazione.

Si ipotizza che i polifenoli e gli oligopeptidi alimentari esercitino diverse funzioni, tra cui la regolazione della

risposta infiammatoria e gli effetti sul sistema immunitario. Pur rimanendo l’obesità in sé una condizione determinante uno stato infiammatorio cronico di basso grado, recenti evidenze suggeriscono che i fattori dietetici possono influenzare il sistema immunitario indipendentemente dall’infiammazione correlata all’aumento del peso.

Per combattere lo stato infiammatorio cronico la dieta antinfiammatoria risulta essere il primo passo. Dobbiamo scegliere quegli alimenti che non solo siano in grado di stimolare meno la risposta infiammatoria ma anche che riescano a ridurre l’impatto di altri alimenti che invece tendono ad innalzare i markers infiammatori.

Alcuni alimenti, soprattutto quelli ricchi in antiossidanti, vitamine, acidi grassi omega 3 e fibre solubili da una parte contribuiscono a ridurre lo stress ossidativo cellulare e dall’altra stimolano la selezione di un microbiota fermentativo in grado di produrre alcune sostanze come gli acidi grassi a catena corta (butirrato in particolare) che svolgono u ruolo protettivo sulla barriera intestinale riducendo la permeabilità e l’innesco delle reazioni infiammatorie.

Tra i meccanismi di difesa messi in atto dalla barriera intestinale esiste anche quello che si relaziona il cervello; infatti, migliorare la permeabilità della barriera intestinale aiuta anche a proteggere la barriera emato-encefalica, prevenendo l’attacco delle cellule cerebrali da parte di eventuali sostanze tossiche presenti negli alimenti ingeriti. 

Gli alimenti fermentati yogurt e kefir sono capaci di inibire l’infiammazione più degli alimenti ricchi in fibra, che già abbassano le citochine infiammatorie. L’aggiunta di frutta ricca di antociani o di altri antiossidanti come i polifenoli e le catechine aiuta a neutralizzare anche la stimolazione infiammatoria causata da altri alimenti (quelli ricchi in grassi saturi, per esempio) assunti contemporaneamente. Ecco che diventa importante anche conoscere quali siano gli abbinamenti corretti in modo da poter neutralizzare alcuni effetti pro-infiammatori di alcuni alimenti senza dover mettere in atto diete estremamente restrittive.

Anche le tipologie di cottura sono importanti nella gestione di una dieta antinfiammatoria. Infatti, la cottura ad alte temperatura come, per esempio, quella alla griglia può generare reazioni chimiche pericolose pro-infiammatorie, così come la frittura che può trasformare gli acidi grassi polinsaturi di oli e grassi  in fonte di radicali liberi pericolosi.

Un esempio di dieta antinfiammatoria può essere rappresentato da una colazione che prevede i mirtilli, oppure una spremuta di arancia e due fette di pane tostato con yogurt, kefir o ricotta. In questo modo introduciamo antociani, vitamina C e carotenoidi come antiossidanti. Le fette di pane tostato (meglio se integrali) aggiungono fibre e i betaglucani. 

Per il pranzo sarebbe consigliabile un piatto di pasta integrale condita con pomodoro e olio extravergine a cui potremmo aggiungere del tonno e per contorno una porzione di verdure fresche di stagione come il radicchio e legumi.

La carenza di cereali integrali secondo un importante studio pubblicato su The Lancet e condotto in ben 195 paesi per 20 anni risulta essere una delle più importanti abitudini alimentari negative correlata con la comparsa di molte patologie e quindi è molto importante promuoverne il consumo. L’olio EVO è ricchissimo di polifenoli, vitamina E e grassi buoni monoinsaturi e polinsaturi (soprattutto in autunno e inverno per la recente spremitura). Il radicchio è ricco di antociani e fibre mentre il tonno apporta molti acidi grassi monoinsaturi oltre a zinco e selenio (utile per la sintesi del glutatione). I fagioli apportano proteine fibre e sali minerali importanti come ferro e magnesio.

Per cena può essere indicato un secondo piatto a base di pesce, oppure di carni bianche o rosse (con frequenza bisettimanale) con un contorno di carciofi conditi con olio extra vergine di oliva, a cui si può aggiungere una ratatouille fatta con melanzane, peperoni e pomodori e due fette di pane integrale. I carciofi grazie alla silimarina e alla cinarina aiutano come antiossidanti e facilitano lo smaltimento delle sostanze infiammatorie introdotte con gli alimenti. Il pesce è ricco acidi grassi omega 3. Questi grassi polinsaturi sono coinvolti in vari meccanismi, tra cui il più studiato è la riduzione della sintesi di prostaglandine e leucotrieni, mediatori dell’infiammazione. Per sortire un effetto antinfiammatorio, è necessario, oltre ad introdurne  una quantità adeguata, anche mantenere il rapporto corretto con i grassi omega 6  (il rapporto ottimale omega 3/omega 6 deve essere 4-5/1). 

Bisogna prestare anche molta attenzione al sale. Alcuni studi internazionali di laboratorio hanno dimostrato le potenzialità del sodio, anche in modeste quantità, di infiammare i linfociti T helper 17, ovvero particolari cellule presenti nel sangue dotate di una capacità altamente infiammatoria in contesti predisponenti. Un altro valido motivo, dunque, per limitare l’apporto di sale (sostituendolo con le spezie e in particolare il peperoncino) e di quei cibi che ne sono naturalmente ricchi.

Basta fare queste scelte alimentari per tenere sotto controllo l’infiammazione?

Certamente no. Programmare una dieta antinfiammatoria avrà successo solo se questa viene  inserita in un contesto di stile di vita coretto come può essere quello “mediterraneo” che riguarda non solo la dieta basata 

su tutti quegli alimenti antinfiammatori di cui abbiamo parlato fino ad ora ma anche altri aspetti come l’attività fisica, la frugalità, la convivialità, il riposo e la conoscenza del valore nutrizionale, sociale e culturale degli alimenti.

ALIMENTAZIONE E SPORT

Prof. LUCA PIRETTA – Gastroenterologo e Nutrizionista Università Campus Biomedico di Roma

L’attività sportiva richiede una corretta preparazione fisica e mentale per poter essere svolta nel modo più efficiente e sicuro possibile al fine di offrire non solo adeguate prestazioni atletiche ma anche per garantire lo stato di salute del soggetto. Non si può però prescindere da un corretto stato nutrizionale, frutto non solo di adeguate razioni alimentari mirate alle singole attività sportive, ma più genericamente legate ad un corretto stile di vita e alimentare quotidiano. Un fisico malnutrito non può garantire una risposta dell’organismo adeguata alle esigenze di stress fisico e mentale che si verificano durante un’attività sportiva che sia questa amatoriale o agonistica. In quest’ottica l’apparato gastrointestinale gioca un ruolo fondamentale.

L’apparato gastrointestinale sebbene possa sembrare giocare soltanto un ruolo secondario in relazione alla prestazione sportiva risulta invece determinante nel consentire un regolare svolgimento delle attività fisiche e nel condizionare i livelli di performance degli atleti. L’intestino infatti costituisce il tramite tra i nutrienti, fattori determinanti per una ottimale attività sportiva, e i tessuti più direttamente coinvolti nello svolgimento del lavoro fisico. Una inadeguata capacità di digerire, assorbire e metabolizzare i nutrienti si traduce inevitabilmente in una prestazione sportiva deficitaria per l’impossibilità di fornire il carburante necessario al momento opportuno. Non solo, nelle fasi di allenamento l’alterata funzione gastrointestinale potrebbe inficiare anche una corretta alimentazione e rendere difficile, se non impossibile, strutturare muscoli e ossa in modo consono alle necessità sportive. Inoltre, eventuali patologie digestive possono creare problematiche sintomatologiche in corso di gara o di allenamento. L’attività sportiva, in particolar modo se intensa o prolungata, comporta una ridistribuzione dei flussi ematici, una diversa secrezione ormonale e una stimolazione nervosa adattata allo sforzo che può condizionare la funzionalità dell’apparato gastrointestinale sia in condizioni fisiologiche che, a maggior ragione, in quelle patologiche. A questo scopo è importante una corretta funzionalità dello svuotamento gastrico. Lo svuotamento gastrico rappresenta un momento fondamentale della digestione. L’arrivo del cibo nello stomaco prevede una fase di rilasciamento adattativo nella quale le pareti dello stomaco, e in particolare del fondo gastrico, si distendono lentamente per accogliere il bolo deglutito e convogliato attraverso l’esofago. La porzione antrale dello stomaco grazie a vigorose contrazioni progressive verso il piloro si incarica della triturazione dei cibi solidi in un continuo movimento di va e vieni tra antro e piloro. Il fondo dello stomaco invece si incarica dello svuotamento dei cibi liquidi. 

In seguito a tutte queste considerazioni come deve essere svolto un corretto regime alimentare per lo sportivo?

La dieta dello sportivo è un momento fondamentale per garantire la sua preparazione e le sue prestazioni. La dieta deve essere personalizzata e deve tenere conto delle esigenze individuali della persona prima ancora che dell’atleta. La dieta dello sportivo può variare in funzione della fase di preparazione (per esempio in corso di potenziamento muscolare la crescita della massa muscolare potrebbe richiedere un apporto iperproteico ma sempre bilanciato correlato anche al tipo di sport praticato) e della fase di gara (considerando il momento pre-gara e quello post-gara che devono essere adeguatamente integrati con carboidrati a medio e rapido rilascio). Fondamentale è il bilancio idrico ed elettrolitico, soprattutto nelle gare di lunga durata e intense che si svolgono in condizioni climatiche con temperature elevate.

Sia prima delle sessioni di allenamento che quelle di gara è opportuna una buona idratazione e l’assunzione di carboidrati a medio rilascio come le maltodestrine contenute nelle fette biscottate o nel pane tostato. Due o tre ore prima della gara o dell’allenamento potrebbe essere indicata la pasta come alimento di preparazione.

Possiamo valutare l’attività sportiva analizzando sia il dispendio energetico che la capacità di aumentare la massa muscolare che questa determina. L’alimentazione può incidere su entrambi questi due obiettivi.

L’attività aerobica prolungata per almeno un’ora è quella più indicata per bruciare i grassi di deposito visto che dopo la prima mezz’ora (nella quale si utilizzano gli zuccheri di deposito come il glucogeno) è proprio il grasso la principale fonte energetica. La massa muscolare invece aumenta soprattutto con esercizi di potenziamento. Per questo nelle prime fasi di preparazione atletica è necessario un regime calorico moderatamente iperproteico.

Ma l’alimentazione dello sportivo non deve basarsi esclusivamente su zuccheri e proteine. Anche i grassi hanno la loro importanza. Gli acidi grassi omega 3 sono molecole contenute in grassi animali come il pesce o in quelli vegetali come olio, noci e mandorle. Sono molecole antinfiammatorie e sono molto utili nel contrastare l’azione infiammatoria di alcuni radicali liberi. Sono anche utili nella protezione cardiovascolare proteggendo i vasi, migliorando le aritmie e abbassando i livelli di colesterolo e trigliceridi circolanti. Possono svolgere anche un ruolo protettivo sulle guaine mieliniche del sistema nervoso prevenendo l’azione neurodegenerativa di alcune patologie.

Anche il microbiota intestinale e la barriera intestinale giocano un ruolo importante nell’interazione tra alimentazione e attività sportiva.

Una considerevole mole di documentazione scientifica ha dimostrato come un microbiota in salute sia un fattore chiave nella prevenzione delle malattie e nel mantenimento dello stato di benessere in generale. Il microbiota interagisce con la barriera intestinale in modo molto intelligente. Stimola il sistema immunitario gastrointestinale (ricchissimo di cellule deputate alle difese dell’organismo come linfociti, macrofagi, cellule dendritiche, ecc.) mantenendolo in stato di piena efficienza e pronto a reagire ad aggressioni esterne. Inoltre, compete con i batteri patogeni impedendone l’insediamento e quindi diventa lui stesso il primo “antibiotico” del nostro corpo. Altrettanto importante risulta il ruolo della barriera intestinale. Quando viene meno la sua integrità, e di conseguenza aumenta la sua permeabilità, molte sostanze non idonee e antigenicamente pericolose, così come molti batteri, la possono attraversare dando origine ad una condizione di infiammazione cronica anche in altri organi a distanza. 

L’integrità di barriera risulta essere determinante anche per garantire una corretta risposta all’alimentazione. In caso di alterazione della barriera si produce una risposta infiammatoria locale con liberazione di citochine in grado di attivare le cellule dendritiche in modo patologico. Infatti, invece di stimolare una reazione di tolleranza la condizione di infiammazione dà origine a una risposta aggressiva che determina la comparsa di intolleranze alimentari e allergie. Una crescente quantità di studi pubblicati ha messo in relazione l’attività fisica con una possibile modifica della composizione del microbiota intestinale. L’esercizio fisico moderato è stato correlato con una maggiore salute dell’intestino grazie all’azione favorente lo sviluppo di alcune specie batteriche produttrici di butirrato, molecola essenziale al mantenimento dell’integrità di barriera, all’equilibrio della permeabilità intestinale e alla salute delle stesse cellule intestinali. Non solo, il miglioramento dell’ecosistema batterico nel suo insieme, espresso principalmente da un ottimale rapporto tra i più importanti phyla e soprattutto dalla biodiversità delle specie batteriche, sembra essere conseguenza di un regolare esercizio fisico. Questo miglioramento della composizione del microbiota sembra essere correlato anche al BMI dell’individuo.

Allo stesso tempo però, un esercizio fisico troppo intenso e soprattutto molto duraturo, rischia di compromettere seriamente l’equilibrio dell’asse microbiota-barriera intestinale. 

 Le manifestazioni cliniche che possono comparire durante lo sport variano dal 30 -70%  fino al 93% in condizioni estreme. Sono abitualmente transitorie, talvolta gravi con sanguinamenti intestinali importanti (erosioni , coliti ischemiche) che possono richiedere il ricovero. Sono correlate al vigore dell’esercizio fisico e inducono l’atleta a ridurre l’intensità dell’esercizio o a sospendere l’attività fisica. 

Lo stato di nutrizione condiziona molto la comparsa dei disturbi gastrointestinali. L’assunzione di fibre, grassi e fruttosio nel pasto pre-gara è stata associata ad una maggiore probabilità di sviluppare disturbi gastrointestinali così come si verifica anche in seguito all’assunzione di soluzioni di carboidrati molto concentrate e con elevata osmolarità. È importante monitorare la situazione sintomatologica già durante le fasi dell’allenamento in modo di conoscere le circostanze e l’intensità dell’attività fisica in grado di generare i sintomi. Il tratto gastrointestinale, infatti, sembra in grado di adattarsi allo sforzo fisico come i muscoli e l’apparato cardio-circolatorio-polmonare. Si deve «allenare». I soggetti che utilizzano cibo e fluidi durante le fasi dell’allenamento accusano meno frequentemente sintomi da distress gastrointestinale durante la gara, confermando la capacità di adattamento del tratto gastroenterico. Infine, bisognerebbe incoraggiare gli atleti ad utilizzare durante la gara gli alimenti e le bevande che preferiscono, in base alle singole individualità, pur rispettando i parametri consigliati dalla letteratura. 

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