L'allargamento della UE ai PECO

 

Audizione Federalimentare 30 Gennaio 2002

presso la Commissione Agricoltura della Camera

 

Premessa

Gli appuntamenti negoziali che attendono a breve l'Italia e la Comunità Europea - quali il prosieguo del negoziato WTO, l'appuntamento di medio termine della PAC, l'allargamento della Comunità ai PECO - costituiscono una situazione estremamente complessa, una sommatoria di impegni con pochi precedenti, che imporrà a breve mediazioni e scelte che condizioneranno largamente lo sviluppo di lungo periodo del Paese e della Comunità.

E' più che mai necessaria, perciò, una costante e organica visione di "filiera" nell'approccio negoziale ad ognuno degli appuntamenti indicati. E sono necessari "gradualità e prudenza" sui citati temi negoziali, considerata anche la loro reciproca influenza e interconnessione, a salvaguardia delle caratteristiche della filiera agro-alimentare del Paese, orientate verso la qualità orizzontale della nostra produzione.

L'industria alimentare è il terzo settore manifatturiero del Paese ed è il primo in Europa, per fatturato e peso occupazionale. L'industria alimentare nazionale trasforma più del 70% dei prodotti agricoli italiani: essa è interessata quindi a mantenere una forte struttura produttiva nazionale, sul piano quantitativo e qualitativo, come elemento prioritario ed essenziale di tutta la filiera produttiva.

Va sottolineato che le scelte della filiera agroalimentare italiana, di fronte ai prossimi appuntamenti negoziali, sono forse ancor più complesse, rispetto a quelle di altre filiere agro-alimentari continentali, privilegiate dalla PAC attuale e più export-oriented della nostra.

Va ricordato, a questo proposito, il differenziale di quattro punti, fra la percentuale della produzione lorda dell'agricoltura comunitaria rappresentata dall'Italia (16%) e quella delle risorse PAC ad essa dirette (12%). E' un differenziale che ha pesato fin qui impropriamente, nello sviluppo produttivo e commerciale del settore. E va sottolineato che l'industria alimentare italiana, malgrado la grande immagine di cui gode nel mondo, a causa della sua grande polverizzazione produttiva, a seguito della impropria ripartizione delle risorse PAC e dell'insufficiente coordinamento delle proprie politiche promozionali, non valorizza appieno, ancora, le sue potenzialità sui mercati internazionali. Essa esporta solo il 14% del proprio fatturato, contro il 17% della media europea.

Alla filiera italiana spettano perciò margini specifici di crescita e valorizzazione, per recuperare i vantaggi che altre industrie e altre filiere comunitarie hanno potuto già sfruttare e consolidare.

L'appuntamento negoziale con i PECO

Con riferimento specifico all'appuntamento con i PECO, va subito sottolineato che la PAC, nella sua forma attuale, non può essere estesa tal quale ai nuovi candidati.

Gli aiuti strutturali PAC sono previsti in funzione della comparabilità, in chiave locale, dei redditi agricoli con quelli degli altri settori di base. Essi perciò dovranno tenere conto della situazione dei prezzi di mercato riscontrata in tali paesi. Va precisato, infatti, che i prezzi dei prodotti agricoli di questi paesi sono su livelli inferiori del 10-50% rispetto a quelli medi UE.

Va aggiunto che i PECO vedono una percentuale di occupati in agricoltura pari al 25% del totale (6% nella UE-15), mentre la produzione agricola è l'8% del PIL (2,5% nell'UE-15).

Occorrere quindi assicurare ai PECO aiuti strutturali, piuttosto che aiuti agricoli compensatori, diretti a equilibrare le differenze tra i livelli di prezzi dei prodotti agricoli. Gli aiuti compensatori, infatti, potrebbero incrementare artificialmente la produzione di materie prime agricole in questi paesi.

Va pure ricordato che il quadro di sostegno comunitario previsto dai Fondi strutturali è ancorato in larga parte al parametro zonale di un reddito inferiore al 75% della media del PIL comunitario. Tale parametro consente attualmente alla larga generalità delle regioni meno ricche dell'UE di rientrare in tale ambito.

E' evidente, quindi, che l'ingresso dei nuovi paesi provocherebbe un sostanziale abbassamento del reddito medio comunitario, e la conseguente, probabile volatilizzazione degli aiuti per le aree svantaggiate e per l'agricoltura europea.

L'adesione di alcuni paesi Peco e di gran parte di quelli del Mediterraneo renderà necessario, in sostanza, un organico ripensamento dell'attuale strategia di aiuto per obiettivi. I futuri interventi perciò, più che alla loro "zonizzazione", potrebbero essere ancorati al concetto di "aree rurali", rilanciandone ruoli e funzioni.

Federalimentare, in rappresentanza dell'industria alimentare italiana, è favorevole all'ingresso, anche in tempi medio-brevi, di alcuni paesi (specialmente Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria, Polonia, Estonia, Slovacchia). Ma ritiene che, mentre per gli scambi dei prodotti tra le due aree si potrebbe procedere con una certa snellezza, per quanto riguarda i fondi strutturali occorra operare con grande cautela. Essa auspica, in particolare, un arco almeno quinquennale di gradualità applicativa dei benefici per i nuovi entrati. Ed auspica che altrettanta gradualità venga prevista per le perdite del beneficio da parte delle attuali aree comunitarie.

Sul fronte commerciale, va ricordato che l'Italia vanta saldi complessivamente positivi con quasi tutti i PECO (fanno eccezione solo Slovacchia e Bulgaria). Ma, sul fronte specifico agro-alimentare, essa inverte tale situazione e mostra saldi strutturalmente negativi con la prevalenza di tali paesi, e specialmente con quelli di maggiore peso economico e produttivo, come Polonia, Ungheria e Romania.

E' essenziale, comunque, che i paesi candidati siano in grado di svolgere la loro parte nel mercato interno UE dal momento della loro adesione. I primi sei paesi candidati hanno dichiarato, nelle loro posizioni negoziali, di essere pronti ad applicare in pieno la PAC contemporaneamente alla loro entrata. E' una priorità indispensabile.

Le misure transitorie, almeno in alcuni settori, pur se inevitabili, dovranno essere limitate, tanto nella durata quanto nell'ambito, e non dovranno rappresentare uno strumento per rinviare l'applicazione dell' "acquis communautaire". E' essenziale che l'operativita' del mercato unico sia rispettata al fine di assicurare che lo scambio di prodotti alimentari non venga ostacolato.

Le deroghe nel settore sanitario e fitosanitario, in particolare, non dovrebbero essere accettate. La protezione della salute dei consumatori attraverso la sicurezza alimentare non permette, infatti, alcun margine di manovra.

Secondo le anticipazioni disponibili, il progetto della Commissione UE prevede da subito, ovvero dal 2004 al 2006, di accordare ai produttori dei dieci paesi candidati un sostegno tra i tre e i quattro miliardi di euro, diretti in tutto o prevalentemente al reddito dei produttori dei paesi candidati, in un ottica quindi di disaccoppiamento analoga a quella in atto nella Comunità a Quindici. Verrebbe anche prevista una progressione decennale degli aiuti, con un livello iniziale pari al 25% di quello in atto nella Comunità a Quindici, per arrivare al 100% dell'aiuto erogato ai Quindici nel 2013.

Nelle loro linee generali le impostazioni che la Commissione ha in animo di proporre appaiono condivisibili. Occorre tuttavia verificare come queste proposte usciranno, a esito finale del negoziato, e a che livello finiranno col porsi gli aiuti del 2013, "spalmati" al 100% in una Comunità a 25 membri.

A questo riguardo, appare altresì condivisibile il concetto, sostenuto dal Ministro Alemanno nell'audizione congiunta del 22 gennaio scorso presso le Commissioni Agricoltura riunite, circa la inaccettabilità, sotto ogni profilo, di una degressività degli aiuti diretti per realizzare risorse finanziarie destinate all'allargamento.

Occorre meditare sulla sufficienza di una percentuale dell'1,27% del PIL comunitario destinata alla PAC, come avviene attualmente. E occorre meditare, come giustamente ha richiamato il Ministro Alemanno nella cennata occasione, sulla possibilità di un "ragionevole aumento degli ambiti di applicazione del co-finanziamento obbligatorio, che consentirebbe di mantenere su valori prossimi agli attuali l'ammontare dei flussi finanziari destinati al settore".

In conclusione, l'industria alimentare italiana deve poter fare assegnamento su qualità e sicurezza degli approvvigionamenti agricoli. E queste caratteristiche, a loro volta, devono coniugarsi a un livello soddisfacente di autoapprovvigionamento, sia per motivi strategico-economici che per ragioni di equilibrio sociale e ambientale.

Bruschi cambiamenti della PAC, conseguenti a nuove adesioni, rischierebbero di comportare pesantissime ripercussioni sull'intera filiera agroalimentare nazionale. Questa infatti si è costruita nel tempo, dai campi alla trasformazione, anche in funzione dei sostegni della PAC. Affrettati cambiamenti di scenario potrebbero pregiudicare in modo irreparabile la sua competitività, sia all'interno che all'esterno dell'UE.

L'ampliamento della PAC andrà, perciò, condotto con molta prudenza, nel rispetto delle nostre caratteristiche produttive. Per una filiera come quella italiana, legata alla qualità dei prodotti, i futuri interventi strutturali PAC potrebbero essere subordinati, ad esempio, a parametri qualitativi su cui orientare progressivamente il mondo agricolo, al fine di elevare il livello qualitativo della materia prima.

Occorre mantenere un elevato livello di produzione, in termini qualitativi e quantitativi, delle derrate agricole nazionali. Ulteriori indebolimenti, assoluti e comparativi, dell'agricoltura italiana avrebbero pesanti ripercussioni per la "qualità orizzontale" dei nostri prodotti, per i DOP/IGP, in definitiva per la stessa identità del nostro "Made in Italy" agro-alimentare.

Roma, 30 gennaio 2002

 


INTERSCAMBIO ITALIA-PECO (anno 2000 - miliardi di lire)

Fonte: elaborazioni FEDERALIMENTARE su dati ISTAT-INEA

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